Ha ucciso un ragazzo di 31 anni per rubargli delle cuffiette da 14 euro e per questo è stato condannato a 27 anni. Adesso, nonostante la comprensibile opposizione dei familiari della vittima e il comportamento aggressivo che il giovane continua ad avere in carcere, Daniele Rezza è stato ammesso alla giustizia riparativa. Per i giudici della Corte d’appello di Milano un’«ultima opportunità istituzionale», quella prevista dalla legge Cartabia, per tentare un suo «effettivo recupero sociale». La madre e i fratelli della vittima, Manuel Mastrapasqua, ammazzato dall’allora 19enne con un coltellata al cuore mentre andava al lavoro a Milano nell’ottobre del 2024, in aula avevano respinto le scuse dell’imputato. E non erano interessati all’istanza di accesso alla giustizia riparativa presentata dal legale dell’imputato. I giudici sono andati oltre, ritenendo che nei casi di omicidio succeda spesso manchi l’«interesse congiunto» di vittime e autori di reati, poiché «il dolore per la perdita» annulla quasi sempre «ogni interesse relazionale con chi tale invincibile dolore ha cagionato».
Una decisione non facile, dunque, ma necessaria per cercare di raggiungere l’obiettivo della riforma. Nel caso di Rezza, secondo la Corte, è utile un percorso di riconciliazione, anche con una cosiddetta «vittima surrogata», ossia una persona coinvolta nel percorso di mediazione che non ha subito direttamente il reato, ma che condivide lo stesso tipo di vissuto o trauma. Come previsto dall’ordinamento giudiziario, al condannato questo percorso serve per una sua «responsabilizzazione» e per la «ricostituzione dei legami con la comunità». I giudici riconoscono che la pena inflitta a Rezza è severa e adeguata, ma vogliono guardare anche alla sua rieducazione e al suo futuro reinserimento. Anche se finora la detenzione non sembra essere servita allo scopo, come dimostrerebbero i continui rapporti disciplinari per intemperanze, esplosioni di ira e aggressioni presentate dalla polizia penitenziaria. Rezza, per la Corte è «affetto da sociopatia» e la notte del delitto ha colpito una vittima a caso: chiunque si fosse trovato là avrebbe subito la medesima sorte. È stato ammesso al programma con l’auspicio che possa prendere
coscienza dell’assurdità di aver ucciso una persona solo per impossessarsi delle sue cose, anche se le cuffie wireless che ha strappata a Manuel prima di lasciarlo agonizzante sull’asfalto valevano pochi euro.
«La Corte è stata estremamente obiettiva nel valutare la gravità del reato e la congruità della pena inflitta e comunque ha compreso le ragioni dei familiari a non prestare il consenso, vista la gravità dei fatti e il comportamento che Rezza ha avuto. Mi pare quasi alla fine un atto dovuto da parte dei giudici, in relazione al fatto che trattandosi di una pena così severa, giustamente severa, prima o poi Rezza dal carcere uscirà e quindi dovrà essere preparato fino ad allora per affrontare, o quantomeno provare, un reinserimento sociale. Quindi la Corte ravvisa semplicemente questo tipo di utilità proiettata nel futuro», commenta Roberta Minotti, difensore della famiglia.
