A quasi 32 anni dalla fine della stagione di sangue della Uno Bianca, Fabio Savi chiede perdono ai familiari delle vittime. Lo fa con una lettera datata 1° agosto, inviata dal carcere di Bollate, dove sta scontando l’ergastolo. Ma dall’altra parte non trova comprensione, tutt’altro: «Fastidio, indignazione, sofferenza», sintetizza Alberto Capolungo, presidente dell’associazione che riunisce i parenti di chi fu ucciso o ferito dalla banda.
«Le parole non potranno mai rimediare al male fatto», scrive Savi, uno dei capi del gruppo che tra il 1987 e il 1994 seminò il terrore soprattutto tra Emilia-Romagna e Marche, con oltre cento azioni criminali, 23 morti secondo il conteggio adottato dall’associazione delle vittime e più di cento feriti. Una storia resa ancora più sconvolgente dalla scoperta, nel 1994, che cinque dei sei componenti della banda erano poliziotti: l’unico a non indossare la divisa era proprio Fabio Savi. Gli arresti cominciarono il 21 novembre di quell’anno con Roberto Savi, allora assistente capo della Polizia in servizio alla Questura di Bologna.
Nella lettera Fabio dice di provare «rimorso» per il dolore causato e torna sulle dichiarazioni rilasciate a maggio a Quarto Grado. L’intervista era arrivata dopo quella del fratello Roberto a Belve Crime, che aveva riaperto uno dei capitoli più controversi della vicenda. Roberto aveva parlato di possibili rapporti con apparati dello Stato e sostenuto che il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991, non fosse una semplice rapina: l’obiettivo sarebbe stato Pietro Capolungo, ex carabiniere ucciso insieme alla titolare Licia Ansaloni.
Fabio aveva invece smentito il fratello: nessuna protezione dei Servizi, nessun livello superiore, nessuna strategia del terrore. Una contrapposizione che si è riproposta davanti ai magistrati. L’11 giugno il procuratore di Bologna Paolo Guido, l’aggiunta Lucia Russo e il pm Andrea De Feis sono andati a Bollate per interrogare i due fratelli nell’ambito del nuovo fascicolo aperto dopo l’esposto dei familiari delle vittime. Roberto si è avvalso della facoltà di non rispondere; Fabio ha invece risposto ad alcune domande. L’inchiesta, contro ignoti per concorso in omicidio volontario, cerca di verificare l’eventuale presenza di complici o mandanti mai individuati. Ed è proprio qui che, per i familiari, la richiesta di perdono si ferma. «In quella lettera non c’è alcuna novità», osserva Capolungo, che dopo averla ricevuta l’ha consegnata alla Procura. Le versioni dei due fratelli continuano a essere opposte e, sostiene, non offrono «un barlume di verità». L’associazione non intende inoltre instaurare rapporti diretti con i responsabili degli omicidi: l’unico interlocutore deve restare la giustizia.
Il sospetto dei parenti è che dietro il gesto possa esserci anche la speranza di ottenere benefici penitenziari. Proprio a Fabio Savi è stata recentemente respinta un’altra richiesta di permessi premio. «Non c’è un socio dell’associazione che faccia trapelare un barlume di volontà di accoglienza o di perdono», dice Capolungo. Savi chiude invece lasciando aperta una porta: «Scusatemi se mi sono permesso di importunarvi, non si ripeterà, ma se voi lo vorrete, io sono qui». Una disponibilità che per ora resta senza risposta. Per Massimiliano Mazzanti, giornalista ed ex consigliere comunale bolognese che da anni segue il caso, un autentico pentimento potrebbe essere dimostrato soltanto contribuendo a sciogliere i nodi ancora irrisolti: «La clemenza deve essere pagata con la verità e solo con la verità».
