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Cronaca giudiziaria

Andrea, Alberto, Marco e il coro delle madri così somiglianti

Una madre è spesso la spiegazione di un figlio. Il ruolo più scomodo di ogni storia, la certezza alla quale imputiamo la colpa di ogni nostro volo zoppo

Garlasco, la mamma di Stasi rompe il silenzio: “Quando Alberto sarà libero andremo sulla tomba di Chiara”

Ci sono tre madri nel caso Garlasco e viene spontaneo guardarle insieme. Perché, a vario titolo, stanno tutte attorno allo stesso fantasma. E perché la maggior parte delle volte in cui abbiamo spiato i loro figli, era proprio dentro al loro abbraccio. Una madre è spesso la spiegazione di un figlio. Il ruolo più scomodo di ogni storia, la certezza alla quale imputiamo la colpa di ogni nostro volo zoppo. Ma nelle tragedie, alla fine, le persone finiscono per assomigliarsi. La mamma di Alberto Stasi, Elisabetta Ligabò, è la compostezza. Silenziosissima, mimetizzata in vestiti color niente ma con mani adatte a tener unito quel figlio sul quale è passato di tutto. Perché l’intuizione di una madre conosce scorciatoie che la logica scoprirà sempre in ritardo. Nessuno saprà mai quanta rabbia ci sia voluta per essere così calme in questi anni di malagiustizia. Difende Alberto ma non cancella Chiara, che resta la vittima. E richiama quella misura che ha accompagnato la figura pubblica di suo figlio. La madre di Andrea Sempio, Daniela Ferrari, è quasi l’opposto: i capelli lasciati lunghi a dispetto dell’età, il linguaggio ruvido e volgare, il tappo della disperazione che le ha fermentato l’anima che lei lascia saltare di continuo. È esposta, impetuosa, incapace di non intervenire. Difende, argomenta, insiste. Entra nella vicenda senza risparmiarsi, anche quando sarebbe meglio evitarlo. E anche qui si intravede qualcosa del figlio: la sua continua esposizione al dubbio, alla spiegazione, alla discussione, alla necessità di precisare, di offrire una versione. E poi c’è la madre di Chiara, Rita Poggi. Quelle lacrime pronte a rotolare giù dagli occhi umidi da diciannove anni a questa parte, il marito perennemente accanto, la vita ingobbita nelle spalle strette. Lei è il paradosso più doloroso. Insiste sulla responsabilità di Stasi, difende Sempio, non si costituisce parte civile contro di lui. Scelte che, viste da fuori, sembrano difficili da conciliare con ciò che ci si aspetterebbe dalla madre della vittima. Ma forse è proprio questa ostinazione a definirla. E in questa ostinazione si legge Marco Poggi: la fedeltà a una convinzione, anche quando quella convinzione porta lontano dalla soluzione più semplice, più condivisa. Tre madri, tre posture. La prima contiene. La seconda interviene. La terza insiste. E i figli, per una curiosa simmetria, sembrano restituire qualcosa di quelle stesse posture. La medesima grammatica nello stare davanti al mondo. Tali madri, tali figli. Perché in fondo, quanto di noi appartiene davvero a noi? E quanto, invece, abbiamo imparato a essere prima ancora di sapere chi eravamo?