La clonazione animale in Cina è un business dorato che cresce di anno in anno. Non riguarda più soltanto laboratori di ricerca o progetti scientifici di nicchia. Al contrario, è un settore commerciale in piena espansione che promette ai proprietari di cani e gatti la possibilità di “riavere” il proprio animale domestico dopo la morte. Di pari passo, lo Stato sta investendo ingenti quantità di denaro in programmi destinati a creare allevamenti geneticamente selezionati destinati alla conservazione delle specie. Due mondi apparentemente lontani ma che sono accomunati dalla stessa tecnologia e, soprattutto, da interrogativi etici sempre più pressanti.
Il boom delle clonazioni animali in Cina
In Cina il rapporto con gli animali è profondamente cambiato rispetto al passato. Secondo il China Pet Industry White Paper, nel 2024 i cani e i gatti domestici hanno raggiunto quota 124 milioni di unità, mentre il valore del mercato urbano degli animali da compagnia ha superato i 300 miliardi di yuan, equivalenti a oltre 40 miliardi di dollari. La clonazione è dunque passata dall’essere un esperimento da laboratorio a un servizio disponibile sul mercato, con aziende che pubblicizzano test genetici, conservazione cellulare e copie genetiche complete degli animali scomparsi.
I prezzi, almeno nel momento in cui scriviamo, restano proibitivi (in futuro chissà). Per “riportare in vita”, almeno geneticamente, un cane o un gatto possono servire da 150.000 fino a 380.000 yuan, cioè circa 21.000-52.000 dollari. Nonostante il costo elevato, la domanda continua comunque a crescere, alimentata da un legame emotivo sempre più intenso tra proprietari e animali domestici e dalla convinzione, spesso alimentata dal marketing delle aziende del settore, che sia possibile conservare almeno una parte del proprio compagno di vita.
Dagli animali domestici alla conservazione delle specie più rare
Attenzione però: come ha spiegato la Cnn, la Cina sta spingendo la clonazione ben oltre il mercato degli animali domestici, investendo milioni di dollari nello sviluppo di allevamenti di specie a rischio. Emblematico il caso degli yak clonati sull’altopiano tibetano. Il progetto ha prodotto il primo clone di yak domestico nel luglio 2025 e punta ora alla creazione di oltre 100 esemplari geneticamente selezionati entro il 2028.
Gli obiettivi dichiarati sono aumentare fertilità, resistenza alle malattie, velocità di crescita e qualità genetica di una specie fondamentale per l’economia locale. Gli yak rappresentano infatti una risorsa essenziale per latte, carne, lana e trasporto nelle regioni himalayane, ma negli ultimi decenni hanno risentito dei cambiamenti climatici, della perdita di habitat e della progressiva riduzione della diversità genetica. I ricercatori cinesi sperano inoltre di applicare le stesse tecniche alla conservazione dello yak selvatico dorato, sottospecie rarissima della quale sopravvivrebbero poche centinaia di esemplari.
Il progetto resta in ogni caso avvolto nel mistero. Già, perché molte informazioni cruciali non sono state rese pubbliche. Non si conosce, per esempio, il numero degli embrioni falliti, degli aborti o delle gravidanze non andate a termine, né sono stati chiariti i protocolli utilizzati per garantire il benessere delle madri surrogate. Gli stessi ricercatori e le autorità cinesi hanno risposto solo parzialmente alle richieste di chiarimento avanzate dalla stampa internazionale, alimentando dubbi sulla reale trasparenza di queste sperimentazioni.
Come funziona la clonazione
Il settore commerciale della clonazione degli animali domestici continua, come detto, ad attirare clienti disposti a spendere cifre considerevoli pur di ottenere un animale geneticamente identico a quello perduto. Come funziona? La procedura inizia con il prelievo di piccoli campioni di pelle dall’animale originale, dai quali vengono estratte cellule somatiche.
Il nucleo contenente il patrimonio genetico viene inserito in un ovocita privato del proprio Dna e l’embrione così ottenuto viene impiantato in una madre surrogata. Dopo una gestazione normale nasce un cucciolo che condivide praticamente lo stesso patrimonio genetico dell’animale originario. Le aziende del settore sostengono che i cloni possano vivere una normale aspettativa di vita, riprodursi e mantenere caratteristiche fisiche molto simili all’originale. Precisano però anche che il carattere non può essere copiato integralmente, perché comportamento e personalità dipendono anche dall’ambiente e dalle esperienze vissute.
Tutto lineare? Non sono mancati casi controversi. Alcuni clienti hanno denunciato problemi di salute nei cloni ricevuti, altri hanno lamentato differenze caratteriali rispetto all’animale scomparso. Altri casi hanno riguardato cloni nati con sesso differente rispetto all’animale originale oppure affetti da disturbi cronici. Incidenti, questi, che hanno alimentato il dibattito sulla maturità effettiva della tecnologia e sulle garanzie offerte ai consumatori. Oltre che sul valore etico dell’intero procedimento.
Progressi tecnologici e dubbi etici
Ci sono aziende cinesi che offrono ormai servizi completi che comprendono conservazione cellulare, analisi genetiche, documentazione sanitaria e assistenza durante tutto il processo, con tempi di consegna che possono variare dai sei ai 18 mesi. Ma il successo commerciale si accompagna a un acceso confronto etico. Le associazioni animaliste denunciano le sofferenze alle quali vengono sottoposte le madri surrogate, costrette a ripetuti interventi e gravidanze.
Numerosi bioeticisti sostengono invece che il dolore per la perdita di un animale non possa essere risolto attraverso una copia genetica. Diversi esperti chiedono poi norme più severe, obblighi di trasparenza sulle percentuali di successo e controlli indipendenti sull’intero ciclo produttivo, oggi disciplinato in maniera meno stringente rispetto alla ricerca scientifica.
L’industria cinese della clonazione animale si trova così al centro di una delle più delicate sfide della biotecnologia contemporanea. Da un lato promette applicazioni che potrebbero migliorare l’allevamento, sostenere la conservazione di specie minacciate e offrire nuove opportunità alla medicina veterinaria; dall’altra solleva interrogativi profondi sul rapporto tra innovazione, benessere animale e limiti etici della ricerca.
La Cina continua comunque a investire in questo settore, forte di competenze scientifiche ormai consolidate e di un mercato interno degli animali domestici in continua crescita, destinato probabilmente ad ampliarsi ulteriormente.
