La giuria non riesce a decidere. Dopo quattro giorni di discussioni, i dodici membri chiamati a stabilire il destino di Lindsay Clancy hanno comunicato al giudice William Sullivan di non essere in grado di raggiungere un verdetto unanime. Il magistrato li ha rimandati in camera di consiglio. Nelle scorse ore, al tribunale di Plymouth, in Massachusetts, sono così riprese le deliberazioni per il quinto giorno consecutivo. Sul tavolo ci sono tre accuse di omicidio di primo grado e una domanda attorno alla quale ruota l’intero processo: Lindsay Clancy sapeva che quello che stava facendo era sbagliato?
La donna, oggi 36enne, non nega di avere ucciso i suoi tre figli. Cora aveva cinque anni, Dawson tre, Callan appena otto mesi. Li ha strangolati con delle fasce elastiche da ginnastica nella casa di famiglia di Duxbury il 24 gennaio del 2023. Subito dopo ha tentato di togliersi la vita gettandosi da una finestra al secondo piano. È sopravvissuta, ma la caduta l’ha lasciata paralizzata dalla vita in giù. Cora e Dawson morirono quella sera. Callan venne ricoverato in condizioni disperate e morì tre giorni più tardi.
Prima di quella notte c’erano stati mesi difficili. La Clancy lavorava come infermiera nel reparto di ostetricia del Massachusetts General Hospital e, dopo la nascita di Callan nel maggio 2022, aveva cominciato a manifestare problemi psicologici. Ansia, insonnia, depressione, senso di distacco dalla famiglia per la precisione. Nel suo diario raccontava la fatica di occuparsi continuamente dei figli, la paura di non riuscire più a organizzare le giornate e quella che definiva una sorta di nebbia mentale. Da settembre aveva iniziato un percorso psichiatrico e nei mesi successivi le erano stati prescritti diversi farmaci.
A dicembre la situazione precipitò. Patrick Clancy, allora marito di Lindsay, ha raccontato durante il processo che la donna aveva cominciato a parlare di suicidio e aveva confidato di avere pensieri intrusivi riguardanti la possibilità di fare del male ai bambini. Venne portata al Massachusetts General Hospital, seguì un programma psichiatrico a Providence e il 31 dicembre si fece ricoverare al McLean Hospital. Ne uscì il 5 gennaio. Nelle settimane successive Patrick ebbe l’impressione che le condizioni stessero migliorando: la famiglia tornò a fare alcune uscite insieme e, secondo la sua testimonianza, proprio il 24 gennaio Lindsay sembrava vivere “uno dei suoi giorni migliori”.
Poi arrivò la sera che distrusse la famiglia. Secondo l’accusa, Clancy avrebbe creato deliberatamente una finestra di tempo nella quale rimanere sola con i figli. Cercò sul telefono il percorso fino a un ristorante di Plymouth, controllò la disponibilità di un medicinale in farmacia e mandò Patrick a ritirare la medicina e la cena. Per l’accusa sono tasselli fondamentali: dimostrerebbero che l’allontanamento del marito non fu casuale, ma pianificato. La difesa respinge questa lettura e sostiene che quelle normali commissioni siano state trasformate dall’accusa nella prova di una premeditazione.
Quando Patrick rientrò trovò sangue nella camera da letto, la finestra aperta e Lindsay a terra all’esterno dell’abitazione. Poi scese nel seminterrato. Lì trovò Cora, Dawson e Callan con le fasce elastiche attorno al collo. La telefonata al 911, ascoltata durante il processo, ha restituito alla giuria quei minuti. Lindsay venne ricoverata e interrogata nei giorni successivi. A febbraio comparve in videocollegamento dal letto d’ospedale e si dichiarò non colpevole. Nel settembre 2023 un grand jury la incriminò formalmente per tre omicidi e tre strangolamenti. Da allora è rimasta in custodia e sottoposta a cure in una struttura sanitaria.
È qui che il caso Clancy smette di essere soltanto la ricostruzione di un triplice omicidio e diventa una battaglia tra perizie psichiatriche. Gli avvocati sostengono che la donna soffrisse di psicosi post-partum, aggravata da un disturbo bipolare non diagnosticato e da una terapia farmacologica inadeguata. La Clancy ha raccontato agli specialisti di avere sentito una voce maschile che le ordinava di uccidere i figli e poi se stessa. Un esperto della difesa ha parlato di perdita di contatto con la realtà. Gli esperti chiamati dall’accusa hanno invece demolito quella ricostruzione, sottolineando le incongruenze nel racconto della voce e sostenendo che la donna fosse depressa e malata, ma ancora capace di capire le proprie azioni.
Anche i medici che avevano seguito la Clancy prima della strage sono finiti al centro del dibattimento. Alcuni hanno testimoniato che la donna non aveva mai riferito loro di sentire voci che le ordinassero di uccidere qualcuno. La difesa ha invece insistito sui continui cambi di terapia, sugli effetti collaterali e sul peggioramento delle sue condizioni. Lindsay e Patrick Clancy hanno inoltre avviato separatamente cause civili contro alcuni sanitari, accusandoli di non avere riconosciuto la gravità della situazione.
Patrick Clancy, oggi ex marito di Lindsay, ha assunto fin dall’inizio una posizione destinata a pesare anche sul racconto pubblico della vicenda. Pochi giorni dopo la morte dei figli disse di avere perdonato la moglie e invitò gli altri a fare altrettanto, descrivendola come una donna amorevole la cui condizione mentale era precipitata. Tre anni dopo è salito sul banco dei testimoni nel processo contro di lei.
Dopo oltre quattro settimane di testimonianze, più di ottanta testimoni e centinaia di elementi di prova, il processo è arrivato al suo punto decisivo. La difesa chiede che la Clancy venga riconosciuta non penalmente responsabile a causa della malattia mentale. L’accusa sostiene invece che abbia scelto consapevolmente di uccidere i bambini e abbia organizzato quei pochi minuti nei quali il marito sarebbe stato lontano da casa.
Una condanna per omicidio di primo grado comporterebbe l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. La giuria può anche optare per reati meno gravi, dall’omicidio di secondo grado - commesso con dolo o estrema imprudenza, ma senza premeditazione – all’omicidio colposo. Se invece la Clancy venisse giudicata non penalmente responsabile, ciò non significherebbe automaticamente il ritorno in libertà: potrebbe essere sottoposta a valutazione e trattenuta in una struttura psichiatrica.
Per ora, però, non c’è una risposta. Ieri i giurati hanno detto al giudice di non riuscire a trovarla. Sullivan ha chiesto loro di provarci ancora. Se l’impasse dovesse diventare definitiva, potrebbe arrivare l’annullamento del processo per mancato verdetto. Nel frattempo il dibattito in rete - con tanto di teorie del complotto - è incandescente. Tre anni e mezzo dopo la strage, il caso Lindsay Clancy rimane così sospeso sulla stessa domanda che lo accompagna dall’inizio: dove finisce la malattia e dove comincia la responsabilità penale?
