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Cronaca internazionale

Iran, chi rischia la forca dopo le proteste: la repressione e il pugno sui diritti delle donne

La 43enne Leila Abolhasani, madre di due figli, condannata a morte per “guerra contro Dio”. La Farnesina segue anche il caso delle sorelle Rahimi. Dietro le nuove sentenze tornano i Tribunali rivoluzionari e una repressione che, da Mahsa Amini alle proteste del 2026, ha già lasciato centinaia di vittime

BURQA

In Iran anche tenere in mano un cellulare durante una protesta può diventare una questione di vita o di morte. È quello che sostiene la famiglia di Leila Abolhasani arrestata l’8 gennaio a Shahin Shahr, nella provincia di Isfahan. Leila è ancora in attesa che la Corte Suprema decida sul suo destino perché il tribunale rivoluzionario l’ha già condannata a morte per moharebeh, “guerra contro Dio”, una delle accuse più pesanti previste dall’ordinamento. Secondo la sua famiglia non stava incendiando né danneggiando nulla, anzi avrebbe semplicemente ripreso con il telefono un supermercato in fiamme durante le manifestazioni. L’accusa la incolpa di responsabilità nei disordini. Parisa Nazari, attivista del movimento “Donna, Vita, Libertà”, legge quella condanna come un messaggio rivolto soprattutto alle iraniane, mostrare che scendere in strada, documentare quello che accade o anche soltanto trovarsi nel posto sbagliato può avere conseguenze estreme. Ma questo già lo sapevamo. Il caso ritorna come un fulmine mentre la Farnesina segue la vicenda delle gemelle Taraneh e Romina Rahimi, arrestate dopo le proteste di gennaio a Isfahan. Taraneh, 21 anni, è stata condannata a morte; la sorella Romina a una lunga pena detentiva. Il Wall Street Journal, ricostruendo nei giorni scorsi la vicenda delle due sorelle ha addirittura riportato accuse di torture e abusi durante la detenzione. A fine luglio si parlava di almeno 60 persone già condannate a morte e ancora a rischio di esecuzione, mentre altre erano sotto processo per reati che prevedono la pena capitale. Il passaggio dalla sentenza alla forca non è affatto teorico. Il 28 luglio Amir Hossein Safari e Abolfazl Sepahi sono stati impiccati pubblicamente dopo essere stati arrestati durante una protesta. Nove giorni prima erano stati messi a morte Erfan Esfandiari e Gol-Mohammad Mohammadi, coinvolti nello stesso procedimento. Il 16 giugno erano stati giustiziati anche Javad Zamani e Abolfazl Saedi, condannati per “corruzione sulla terra” dopo le manifestazioni di Shahroud.

Sono sempre i Tribunali rivoluzionari a comparire ripetutamente in queste storie raccapriccianti. Nel caso Abolhasani, il giudice è Vahid Hemmatnejad, presidente della quinta sezione, il suo nome figura anche in molti altri procedimenti conclusi con la pena capitale. Nei fascicoli legati alle proteste di piazza Shohada, dove è stata processata anche Taraneh Rahimi, compaiono invece i magistrati Morteza Barati e Mohammadreza Tavakoli. Ma il filo che lega queste vicende non comincia nel 2026. Parte almeno dal settembre del 2022, quando la morte di Mahsa Jina Amini, 22 anni, fece esplodere il movimento “Donna, Vita, Libertà”. La giovane era stata fermata dalla polizia morale perché accusata di non indossare correttamente il velo. Morì tre giorni dopo mentre era in custodia. Le autorità iraniane hanno sempre negato che fosse stata uccisa dalle forze dell’ordine e continuano a farlo oggi. Le manifestazioni che seguirono furono represse con la forza. La missione d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Iran ha parlato a sua volta di “ragionevoli motivi per ritenere che le autorità iraniane abbiano commesso crimini contro l’umanità nella repressione delle proteste”. Tra le vittime del 2022 ci furono anche ragazze giovanissime. Nika Shakarami e Sarina Esmailzadeh avevano 16 anni.

I loro nomi, insieme a quello di Mahsa Amini, sono diventati simboli di una generazione di ragazze che ha continuato a sfidare pubblicamente l’obbligo del velo e l’obbligo di obbedienza.

Quattro anni dopo, quella sfida non è scomparsa, in moltissime città iraniane sempre più donne continuano a mostrarsi in pubblico senza hijab, nonostante arresti, sanzioni e chiusure di attività commerciali. Persino le autorità sembrano oscillare tra nuove strette e il timore che un giro di vite possa riaccendere la miccia.

È questo che rende il caso di Leila Abolhasani qualcosa di più della storia di una ragazza nata nel lato “sbagliato del mondo”. Poter decidere come vestirsi, uscire in strada, protestare, filmare ciò che accade e contestare il potere senza rischiare una cella o una condanna capitale. Oggi Leila è ancora viva e la sua sentenza non è definitiva. È necessario continuare a combattere per lei e per tutte le ragazze che quel mondo, lo vogliono cambiare.

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