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Cronaca internazionale

Falliscono le izakaya, il simbolo delle notti giapponesi: perché i locali tradizionali stanno sparendo

Materie prime, salari e affitti aumentano mentre i clienti spendono meno. E una nuova misura fiscale potrebbe rendere ancora più conveniente mangiare a casa

izakaya

In Giappone la vita delle izakaya, i tradizionali ristorantini diffusissimi nel Paese, è sempre più difficile. I numeri sono emblematici. Nel primo semestre del 2026 sono fallite ben 118 izakaya a livello nazionale, il dato più alto per la prima metà dell’anno dal 1989. Quasi il 90% delle attività ha indicato nelle vendite deboli una delle principali cause del dissesto. Che cosa sta succedendo?

La crisi delle izakaya

A raccontare questo fenomeno è stato il Japan Times, che ha raccolto le testimonianze di alcuni proprietari di izakaya di Tokyo. Il problema, in base a quanto emerso, non coinciderebbe soltanto con quanto spendono i clienti (sempre meno) ma anche quanto costa oggi tenere aperto un locale.

Materie prime, salari, affitti e costi di gestione sono aumentati, ma i piccoli ristoratori hanno margini molto più ridotti rispetto alle grandi catene per assorbire gli aumenti o negoziare prezzi migliori con i fornitori. Secondo Teikoku Databank, nel 2025 sono falliti 900 operatori della ristorazione giapponese, un record.

La categoria di bar e birrerie, che comprende anche le izakaya, ha registrato 204 fallimenti, più di qualsiasi altro segmento del settore. Il problema è che aumentare i prezzi non è una soluzione semplice. Un locale che per anni ha rappresentato una serata informale da 3.000 yen a persona rischia di perdere la propria clientela se il conto dovesse salire a 5.000 yen.

Cosa succede in Giappone

Ad aggravare la crisi delle izakaya troviamo anche il nuovo modo di bere dei giapponesi. Le lunghe serate aziendali, con gruppi di colleghi che passavano da un locale all’altro, sono diventate molto meno frequenti. Le feste di fine anno e di inizio anno, un tempo fondamentali per gli incassi dei piccoli locali, non sono tornate ai livelli precedenti alla pandemia: per il 2025-26 il 57,2% delle aziende aveva organizzato o prevedeva di organizzare questi appuntamenti, contro il 78,4% prima del Covid.

Anche tra i giovani il rapporto con l’alcol si è raffreddato. Un’analisi del NLI Research Institute ha rilevato che circa il 27% dei ventenni che possono bere dichiara di farlo raramente o di non farlo più.

A complicare ulteriormente il quadro c’è una decisione del governo giapponese che dal prossimo aprile dovrebbe ridurre temporaneamente dal 8% all’1% l’imposta sui consumi applicata agli alimenti acquistati per essere consumati a casa. Oggi il cibo comprato al supermercato gode già di un’aliquota più bassa rispetto alla ristorazione e all’alcol, tassati al 10%. Se la misura entrerà in vigore come previsto, cucinare a casa diventerà ancora più conveniente rispetto a mangiare fuori. Per le famiglie alle prese con l’inflazione alimentare è una buona notizia, ma per i ristoratori rappresenta un’ulteriore minaccia.

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