Tutto il mondo è Paese a quanto pare e così come in Italia, anche in Svezia nelle scuole i bambini vengono introdotti all’islam. Un episodio accaduto in una scuola comunale di Höganäs, nel sud della Svezia, riapre il dibattito sui limiti dell’insegnamento scolastico e sulla tutela delle radici culturali: durante una lezione di religione, gli alunni di una terza elementare, bambini di appena 9 anni, sono stati istruiti a mettersi in fila, avanzare, inginocchiarsi e compiere i gesti rituali della preghiera islamica, mentre veniva recitata una formula in arabo contenente l’invocazione “Allahu akbar”.
La vicenda, emersa a seguito della segnalazione inviata all’Ispettorato Scolastico da un genitore il cui figlio non aveva percepito la preghiera come un’attività facoltativa, ha sollevato forti polemiche sul confine tra semplice nozione didattica e vera e propria pratica confessionale imposta in un’aula pubblica. Nella denuncia si evidenzia l’ambiguità dell’iniziativa, svolta senza un consenso preventivo delle famiglie e dalla dirigenza dell’istituto è arrivata l’ammissione sui limiti dell’organizzazione. La preside Therese Ahlgren ha spiegato che “l’intenzione era solo quella di fornire agli studenti conoscenze su come si svolge una pratica religiosa centrale nell’Islam, non di influenzare le convinzioni religiose degli studenti o di svolgere alcuna attività confessionale”. La stessa dirigente ha poi riconosciuto la mancanza di chiarezza, ammettendo che “avremmo dovuto essere più chiari sul fatto che fosse facoltativo”.
Il caso svedese rappresenta un campanello d’allarme che travalica i confini scandinavi, come si evince dai numerosi casi che, ogni anno, si registrano anche in Italia. L’integrazione reale si costruisce sul rispetto reciproco e sulla conoscenza teorica, non sulla simulazione di riti che nulla hanno a che vedere con il percorso formativo primario e che possono confondere bambini così piccoli. A seguito delle polemiche e delle verifiche condotte, per quanto non siano state riscontrate irregolarit formali, la scuola ha confermato che l’esperienza non verrà ripetuta e che le preghiere durante l’orario di lezione saranno escluse dai futuri programmi didattici. Un passo indietro doveroso davanti alle rimostranze delle famiglie per i metodi didattici decisamente discutibili.
