Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 13:01
Cronaca internazionale

“La Vergine Maria portava l’hijab”. Bufera sui corsi anti-islamofobia finanziati con fondi pubblici

Il programma Project Unity rivolto ai dipendenti pubblici del North Yorkshire finisce nel mirino per i parallelismi tra Islam e cristianesimo: tra le slide anche Gesù con la barba e la Sharia accostata alla dottrina cristiana

"Sorveglianza diffusa". L'Iran stringe sull'obbligo del velo islamico

“La Vergine Maria indossava l’hijab”. E Gesù, in fondo, “si faceva crescere la barba”. Sono alcuni degli argomenti utilizzati durante un corso contro l’islamofobia rivolto ai dipendenti pubblici del North Yorkshire. Una lezione destinata a far discutere, soprattutto perché inserita all’interno di un programma finanziato con denaro pubblico e rivolto anche a soggetti impegnati nelle attività di prevenzione dell’estremismo.

A raccontare il caso è il Telegraph. Il corso fa parte di Project Unity, un programma nato con l’obiettivo di contrastare i pregiudizi contro i musulmani e rispondere all’idea che alcuni principi dell’Islam possano entrare in conflitto con i valori britannici. Il materiale sarebbe stato presentato non soltanto a dipendenti del North Yorkshire Council, ma anche a studenti, agenti di polizia e funzionari coinvolti nel programma governativo Prevent, incaricati delle attività anti-terrorismo.

Ed è proprio nel tentativo di dimostrare la compatibilità tra Islam e società occidentale che compare il riferimento alla Madonna. “Mother Mary wore a hijab”, recita uno degli esempi proposti. Il problema, evidentemente, è prima di tutto storico. Maria - donna ebrea vissuta nel I secolo - con ogni probabilità portava un velo o comunque un copricapo, come avveniva frequentemente all’epoca. Ma visse circa sei secoli prima della nascita dell’Islam e della successiva codificazione delle prescrizioni religiose associate all’hijab.

Non è l’unico parallelismo utilizzato durante le lezioni. Ai partecipanti sarebbe stato ricordato anche che “Gesù aveva la barba”, come prescritto agli uomini musulmani. E ancora: l’hijab, secondo una delle presentazioni, sarebbe stato diffuso nel Regno Unito soltanto cento anni fa. A sostegno della tesi sono state mostrate immagini di donne britanniche del primo Novecento con scialli e copricapi, che non hanno alcun collegamento con l’Islam.

Il corso è stato tenuto da Abbas Najib, ex agente di polizia e oggi amministratore delegato della charity Better Communities Bradford. L’organizzazione ha ricevuto dal 2019 circa 490 mila sterline dal National Lottery Community Fund, comprese 35 mila sterline destinate allo sviluppo di Project Unity. Il programma comprende moduli dedicati anche alle “narrazioni mediatiche e politiche” e ai “miti e pregiudizi sull’Islam”.

Nel materiale finito sotto i riflettori compare anche la Sharia, presentata come una tradizione morale e non come una minaccia estranea alla società britannica. Una delle slide la descrive come un sistema costruito attorno alla fede, alla ragione e al rispetto della dignità umana. Durante altri incontri sono state affrontate anche le manifestazioni pro-Palestina, descritte dai relatori come proteste contro il “genocidio”.

Nessun obiettivo politico, la precisazione. Project Unity, ha spiegato l’organizzatore, avrebbe come unico obiettivo quello di “ridurre l’ostilità anti-musulmana” e rafforzare la fiducia tra le comunità. L’intento delle lezioni sarebbe quello di mostrare come determinate generalizzazioni possano essere percepite quando hanno per bersaglio musulmani, ebrei, persone di colore o altre minoranze. “Il nostro ruolo è unire le persone, non prendere posizione politica”, ha rimarcato.

Resta il caso che ha acceso la discussione britannica: un programma sostenuto anche attraverso fondi pubblici, nato per combattere l’islamofobia, nel quale per spiegare l’Islam contemporaneo si è arrivati a chiamare “hijab” il velo della Vergine Maria.

Commenti