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Cronaca internazionale

L’“assedio” dei clandestini a Ceuta

La paura della gente, le ronde per difendere le case. Il sindaco: “Ma quale normalità? Ci sono ancora 4mila migranti in giro”. E spuntano anche quelli con la maglietta “Free Palestine”

Attesa Un numeroso gruppo di migranti arrivati dal Marocco aspetta sulla spiaggia dell'exclave spagnola di Ceuta

«All’inizio li ho aiutati con qualcosa da mangiare e dell’acqua, ma in un attimo i marocchini sono diventanti troppi, una valanga umana. E abbiamo cominciato ad avere paura» racconta Maite, donna gioviale nel barrio di Los Rosales. «I migranti hanno cominciato a farsi aggressivi e tiravano pietre, anche molto grosse, per sfondare i supermercati o contro la popolazione pretendendo da mangiare» continua la testimone, che lavora con il governo proprio per affrontare l’emergenza umanitaria. «A quel punto i nostri giovani sono scesi in strada armati di bastoni e hanno eretto barricate con quello che trovavano per difendere il quartiere» racconta descrivendo i primi due giorni di invasione. Il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha dichiarato ieri che nella città autonoma spagnola ci sarebbero ancora tra i 3 e i 5mila irregolari. L’exclave di Madrid in Africa «non è tornata alla normalità». Nei quartieri dell’autodifesa ciondolano tanti clandestini intenzionati a non tornare a casa. «Non siamo tutti selvaggi. È vero ci sono state delle violenze all’inizio, ma vogliamo solo scappare dal Marocco, dove i giovani non hanno futuro, per trovare un lavoro in Europa» spiega Omar, che parla un po’ inglese, ma non vuole farsi riprendere in faccia. Ai genitori non ha detto che sarebbe arrivato a nuoto fino a Ceuta con la grande invasione. «Diciamo che i nostri poliziotti hanno chiuso un occhio» ammette con un sorrisetto. Un video girato ad hoc sui primi sfondamenti del confine ha fatto da volano sui social convincendo i giovani di Tangeri, 90 chilometri dal confine, a mettersi in viaggio per arrivare in Spagna.

Un centinaio di migranti illegali rispuntano a Los Rosales dai nascondigli notturni per non farsi mandare indietro da esercito e polizia. In un altro quartiere, Surron, dove l’onda umana è arrivata impetuosa giovedì e venerdì scorsi, «ci siamo organizzati per difenderci. Volevano entrare nella case e hanno preso d’assalto i negozi di alimentari» denuncia Francisco Josè. «La polizia non riusciva a reggere un urto del genere - sottolinea - Allora i cittadini si sono organizzati in ronde di una dozzina di persone, che presidiavano a turno il quartiere garantendo la sicurezza». Alcuni video girati nei giorni caldi mostrano scontri e bastonate fra residenti e clandestini. In filmati più recenti i rinforzi di polizia manganellano anche gli spagnoli che protestano e vogliono cacciare i migranti. La spiaggia di Benitez è occupata da centinaia di clandestini, ma il vero «assedio» è attorno al centro di accoglienza. Dopo la spiaggia, bivacco a cielo aperto, giorno e notte, si arriva, lungo una stretta e ripida salita, a un girone infernale. Centinaia di migranti premono davanti all’unico centro del genere a Ceuta, che ha solo 500 posti protetto da alte sbarre d’acciaio come un fortino. Non si riesce quasi a camminare in mezzo alla gente buttata a terra dappertutto. Un gruppetto di africani innalza uno sgangherato cartello di cartone dove hanno scritto a penna, in inglese, «veniamo dal Sudan» con tanto di bandierina colorata e faccina triste. «Abbiamo bisogno di aiuto come rifugiati» in fuga da una sanguinosa guerra civile. Altri sono stati imbeccati con la magica parola «asilo», identica in spagnolo o italiano, che si scrivono pure sul petto.

Il vero assedio, però, è semi nascosto nel bosco circostante: a macchia di leopardo ci sono gruppetti di marocchini, che non demordono, sotto bivacchi improvvisati. I tre nerboruti poliziotti in tenuta anti sommossa e fucile lancia lacrimogeni, che pattugliano la striscia d’asfalto attorno al centro fortificato, per ora riescono a tenere i clandestini oltre il guardrail facendo la ronda.

Non tutti i giornalisti si calano nel bosco lungo un pendio scosceso e polveroso. I bivacchi di fortuna sono disseminati dappertutto, piccoli e grandi, una «giungla» di migranti illegali che non mangiano da giorni e cercando disperatamente acqua. Molti giovani, alcuni feriti nella traversata a nuoto dal Marocco, ma pure gente più anzianotta e barbuta, che non parla con la stampa. Ahmed è disteso su dei cartoni, in calzoncini corti, sotto un telo che lo ripara. «Voglio andare in Italia - dichiara deciso nella nostra lingua - Ho uno zio a Venezia e altri parenti a Bergamo. Sono un cuoco e so fare bene la pizza. Non mi fermerò in Spagna e ancora meno tornerò indietro». Fra gli zombie della «giungla» c’è chi porta con orgoglio la maglietta «Free Palestine» con bandierina e giovane mascherato che tira un sasso con la fionda. Gli «italiani» o aspiranti tali non sono pochi. Un ragazzino, Abdul Aziz Bautolli, mi rincorre per farmi vedere la carta d’identità marocchina, dove sta scritto che è nato a Bologna. I suoi genitori sono tornati in Marocco quando aveva cinque anni e adesso ha tentato la sorte sperando di arrivare nel nostro Paese. Nei mini accampamenti i marocchini che assediano il centro di accoglienza sprangato sono centinaia, forse un migliaio. Un clandestino attempato, che parla italiano molto bene, racconta di avere vissuto per anni a Cosenza. Poi è tornato in Marocco, forse espulso, e adesso vuole «tornare in Italia». L’«assedio» si estende in profondità fra gli alberi. Una bomba ad orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro.

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