C’è un Paese che più di molti altri in Medio Oriente si ritrova ad essere non solo sempre più al centro del fuoco incrociato tra Iran e Stati Uniti ma che, tra pericolose guerre di influenze tra i due storici nemici, rischia di diventare il prossimo fronte caldo dello scontro tra Washington e Teheran. L’Iraq. Qui, il governo di Baghdad, guidato dal premier Ali al Zaidi, di recente ricevuto con tutti gli onori da Donald Trump alla Casa Bianca, cerca di porre un argine, sin qui senza grande successo, alle azioni delle milizie pro-iraniane che operano sulla terra tra i due fiumi e che dall’inizio dell’operazione Furia Epica colpiscono per conto dei pasdaran obiettivi legati agli Usa nella regione.
L’ora X della partita, per nulla secondaria, che si svolge in territorio iracheno, vero ventre molle mediorienale, non è però scattata il 28 febbraio scorso bensì il 3 gennaio 2020 quando, al tempo del suo primo mandato, il tycoon diede il via libera al raid all’aeroporto di Baghdad che neutralizzò il potente generale iraniano Qassem Soleimani. E oggi, scrive il Daily Telegraph, il fantasma del capo delle forze Al Quds continua a perseguitare il presidente americano. Fu proprio Soleimani infatti a mettere in piedi in Iraq una rete di milizie sciite - Hashd al-Shaabi, note anche come Forze di Mobilitazione Popolare (Fmp) - che, come tentacoli, vengono manovrate senza sosta dalla testa della piovra a Teheran.
I proxy iraniani in territorio iracheno sono diventati uno degli strumenti più efficaci a disposizione del regime teocratico, il cui scopo è quello di trascinare gli Usa e altri Paesi arabi in una lotta più lunga e costosa. Una sorta di riedizione, su scala maggiore, della “strategia dei mille tagli” portata avanti dalle milizie filo-iraniane contro le truppe americane negli anni dell’occupazione statunitense dell’Iraq. Per dirla in altre parole, i Sun-Tzu di Teheran puntano quindi ad allargare il conflitto spostando il teatro dell’azione lontano dal territorio della Repubblica Islamica.
Il crescente ruolo delle Fmp nel conflitto è testimoniato dalla reazione di Washington al recente attacco con missili balistici lanciato da Teheran contro obiettivi americani in Giordania. Stati Uniti e Arabia Saudita hanno infatti risposto colpendo basi delle milizie in Iraq. Milizie che nei giorni precedenti avevano attaccato con droni impianti petroliferi di Riad.
I guerriglieri iracheni, che ricevono supporto militare e finanziario dall’Iran, stanno realizzando dunque la vendetta di Soleimani. In termini di potenza di fuoco, le loro unità rivaleggiano ormai con l’esercito nazionale e annoverano nei loro arsenali missili a lungo raggio e armi antiaeree. I combattenti in questione, spiega un analista di Teheran al Daily Telegraph, “sono sempre utili all’Iran: prima per allontanare l’Isis dai confini iraniani, e ora il sistema li usa per fare pressione sugli americani e allargare il conflitto”. L’esperto però precisa che “sono risorse preziose ma molto difficili da controllare” e avverte che il regime degli ayatollah “si aspetta molto più di quanto loro siano in grado di realizzare”.
L’analista prosegue sostenendo che “questi piccoli gruppi di miliziani non sono bersagli facili, né facili da distruggere, perché sono composti principalmente da persone comuni, e questo è il loro vantaggio. Un altro esperto consultato dal quotidiano britannico spiega che se l’America volesse distruggerli potrebbe farlo in una settimana “ma questo porterebbe ufficialmente la guerra in Iraq ed è proprio ciò che vuole l’Iran”. “Un maggior numero di attori e fronti”, aggiunge, “renderà la guerra costosa e difficile per Trump proseguire”. Intanto un funzionario della Repubblica Islamica fa sapere che i proxy “costituiscono la spina dorsale delle forze di resistenza nella regione” e che “li difenderemo allo stesso modo di Hezbollah”.
Le Fmp non sono solo una forza militare. Profondo è infatti il radicamento dei proxy sciiti nella politica, nell’economia e nella società di Baghdad. Il tentacolo di Teheran nella terra tra i due fiumi rappresenta insomma un grattacapo per l’amministrazione Trump che sembra non avere una vera strategia per risolvere il conflitto in Medio Oriente. E, come dopo l’invasione Usa del 2003, le sabbie irachene tornano ancora una volta a tormentare i sonni dell’inquilino di turno al 1600 di Pennsylvania Avenue.
