Gentile Direttore Feltri, in questi giorni è scoppiata l’ennesima polemica nei confronti del presidente del Consiglio Giorgia Meloni perché, nel messaggio dedicato all’anniversario della strage di Bologna, ha parlato di terrorismo ma non ha usato l’espressione «strage neofascista», come invece hanno fatto altri rappresentanti delle istituzioni. Possibile che qualsiasi parola pronunci la Meloni diventi un pretesto per attaccarla? Lei cosa ne pensa?
Francesca Leone
Cara Francesca, la verità è che, quando si decide di trasformare una persona nel bersaglio permanente dello scontro politico, non esistono più né fatti né buonsenso. Esiste soltanto la ricerca ossessiva di un appiglio, di un dettaglio, di una virgola, di una parola pronunciata o non pronunciata, purché sia sufficiente ad alimentare la polemica quotidiana. È ciò che accade da sempre con Giorgia Meloni. Per anni le è stato rimproverato di non definirsi antifascista secondo il rituale imposto da una certa sinistra che vorrebbe introdurre i patentini per l’esercizio di libertà inviolabili. Come se la democrazia si misurasse con una formula da recitare a memoria.
Quanto alla strage di Bologna, esiste una verità giudiziaria che tutti conosciamo. Le sentenze definitive hanno individuato una matrice neofascista nella responsabilità degli esecutori. Meloni parlato di terrorismo. La strage del 2 agosto 1980 fu forse un picnic? No. Fu un attentato terroristico che provocò ottantacinque morti e oltre duecento feriti. Definirlo terrorismo significa descriverne la natura criminale in modo preciso e puntuale. Si obietta che il Presidente della Repubblica abbia utilizzato un’espressione diversa. Benissimo. Ma da quando il Presidente del Consiglio dovrebbe limitarsi a ricopiare le parole del Capo dello Stato? Da quando esiste un formulario obbligatorio delle commemorazioni pubbliche?
La sensazione è che, qualunque cosa avesse scritto Giorgia Meloni, qualcuno avrebbe comunque trovato il modo di indignarsi. Ed è questo il vero problema del nostro dibattito pubblico: non si discutono più i contenuti, ma si cerca ossessivamente il pretesto per alimentare una polemica permanente.
È un modo di fare politica che trovo sterile e persino infantile, ma che pure in fondo posso comprendere: nasce dalla disperazione e dalla inconsistenza di questa sinistra che non ha argomenti né argomentazioni da opporre ad una maggioranza solida, stabile e di sicuro più competente rispetto a quelle che hanno tenuto tra le mani in passato le redini del Paese.
