Puoi tirare fuori il bambino dai lupi, ma non riuscirai a tirar fuori il lupo dal bambino. È difficile stabilire se sia una storia lieta quella di Marcos Rodríguez Pantoja, conosciuto come il «bambino lupo della Sierra Morena», morto qualche giorno fa all’età di 80 anni a Ourense, in Galizia, nel Nord-Ovest della Spagna. Il suo soprannome è dovuto al fatto che trascorse oltre dodici anni della sua infanzia e giovinezza sui monti, tra gli animali selvatici.
La sua vita è stata un romanzo d’avventura, talmente crudele da trasecolare all’idea che si sia svolta nella seconda metà del Novecento in un Paese civile, anche se molto più povero di adesso. Fu proprio a cagione di questa miseria che dopo la morte della madre, il padre prese Marcos, nato il 7 giugno 1946 ad Añora, piccolo comune dell’Andalusia, e lo affidò (alcuni dicono: lo vendette) a un proprietario terriero che lo mandò sulle montagne della Sierra Morena ad aiutare un capraio.
Dal capraio, di nome Atanasio, Marcos apprese le tecniche indispensabili per sopravvivere in un ambiente così inospitale: accendere il fuoco, procurarsi il cibo, riconoscere piante
e animali, costruire trappole e orientarsi. Poi l’uomo scomparve, forse morì, forse fu semplicemente rottamato perché vecchio. E Marcos si trovò da solo a cavarsela in quello che nel frattempo era diventato il suo ambiente abituale, nel quale sviluppò rapporti di familiarità con diversi animali, soprattutto con una famiglia di lupi e condivise lo spazio con volpi, serpenti e altri animali.
Negli anni successivi Marcos avrebbe ricordato così il suo approccio con i lupi: «Mi leccò, si strofinò contro il mio corpo per darmi calore e affetto, e io la abbracciai e mi rannicchiai con lei. Ancora oggi, quella è l’unica mamma che riconosco di aver avuto e quegli anni sono stati i più belli della mia vita». Gabriel Janer Manila, lo studioso a cui dobbiamo quasi tutto quello che sappiamo del «niño lobo», sarebbe però giunto alla conclusione che Marcos non fosse stato propriamente allevato dai lupi come Mowgli, ma che sentisse il branco come la sua famiglia. Al punto che Marcos sosterrà di aver imparato a riprodurre i loro versi e i loro comportamenti. In ogni caso Marcos se la cavò per quasi dodici anni in quell’ambiente selvatico. Molto meno a suo agio fu nel mondo degli umani quando fu costretto a rientrarvi dopo il suo
casuale ritrovamento da parte della Guardia Civil nel 1965, e Marcos aveva 19 anni.
Quando il «niño lobo» tornò uomo iniziarono per lui i problemi: era analfabeta, aveva un linguaggio molto limitato e ignorava anche le più elementari convenzioni della società. Il suo reinserimento fu lento, sofferto e mai del tutto completato. Al punto che da anziano sembrò spesso rimpiangere la sua età selvaggia. Il che spiega il fatto che Marcos conobbe la dipendenza dall’alcol e non fu mai davvero a suo agio nei suoi panni di uomo. Negli ultimi anni di vita si trasferì a Rante, in Galizia e si trascinò tra problemi economici e le sue visite nelle scuole a parlare ai bambini di animali e natura.
Dalla storia di Marcos, Janer Manila trasse il libro He jugado con lobos, e il regista Gerardo Olivares diresse un documentario e poi Entrelobos, film di discreto successo che uscì nel 2010 e che fece conoscere al mondo la sua notevolissima vicenda.
