Ratko Mladić, l’ex comandante militare dei serbi di Bosnia condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è morto all’età di 84 anni. Si trovava nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja, dove stava scontando la pena definitiva inflittagli per le atrocità commesse durante la guerra in Bosnia. Da tempo era gravemente malato – era stato colpito da un ictus e da un infarto – e negli ultimi mesi i suoi avvocati avevano chiesto senza successo la scarcerazione per motivi umanitari.
Chi era Ratko Mladić
Nato il 12 marzo 1942 nel villaggio di Božanovići, nell’attuale Bosnia-Erzegovina, Mladić è cresciuto in una famiglia serba segnata dalla Seconda guerra mondiale. Suo padre Neda, partigiano comunista, era stato ucciso quando lui era ancora bambino. Dopo aver lavorato come operaio metallurgico, entrò nell’accademia militare e iniziò la carriera nell’esercito popolare jugoslavo.
Il crollo della Jugoslavia e l’esplosione dei nazionalismi cambiarono la sua traiettoria. Nel maggio del 1992, poche settimane dopo la proclamazione dell’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, Mladić venne nominato comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia. Conservò l’incarico fino al 1996 e divenne il principale responsabile militare delle operazioni condotte dalle forze serbo-bosniache.
Il suo nome resta legato soprattutto al massacro di Srebrenica. Nel luglio del 1995 le truppe serbo-bosniache conquistarono l’enclave musulmana che le Nazioni Unite avevano dichiarato area protetta. Più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi - 8.372 per la precisione - vennero separati dalle donne, catturati e uccisi nel giro di pochi giorni. I corpi furono sepolti in fosse comuni e successivamente riesumati e trasferiti in altri luoghi nel tentativo di nascondere le prove. I tribunali internazionali hanno riconosciuto quella strage come genocidio.
Mladić fu ritenuto responsabile anche della campagna di terrore contro Sarajevo. Durante l’assedio della capitale bosniaca, durato quasi quattro anni, le sue forze bombardarono la città dalle alture circostanti e colpirono i civili con i cecchini. Migliaia di persone morirono, tra loro numerosi bambini. I giudici accertarono inoltre il suo coinvolgimento nelle persecuzioni, nelle deportazioni e nell’espulsione forzata dei non serbi da vaste aree della Bosnia.
Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo incriminò nel 1995 ma Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura per quasi sedici anni. Per diverso tempo visse sotto la protezione di ambienti militari e dei servizi serbi, continuando persino ad apparire in pubblico. Dopo la caduta di Slobodan Milošević fu costretto alla clandestinità.
La latitanza terminò il 26 maggio 2011, quando venne individuato nella casa di un cugino a Lazarevo, un villaggio a nord di Belgrado. Accanto a lui furono trovate due pistole cariche, ma non oppose resistenza. Pochi giorni dopo venne trasferito all’Aja. Il processo iniziò nel maggio del 2012 e si protrasse per oltre cinque anni, con centinaia di testimoni e migliaia di documenti acquisiti. Mladić respinse sempre le accuse, definendole “mostruose”, e durante alcune udienze si scontrò apertamente con i giudici. Le sue condizioni di salute, già compromesse da diversi ictus, provocarono rinvii e interruzioni.
Il 22 novembre 2017 arrivò la condanna all’ergastolo. Il tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio per Srebrenica, oltre che di persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato, attacchi contro i civili, terrore e presa di ostaggi. Nel pronunciare la condanna, il giudice Alphons Orie ha affermato che i crimini si classificavano “tra i più efferati conosciuti dall’umanità”. Fu invece assolto dall’accusa di genocidio relativa ad altri comuni bosniaci. Nel giugno del 2021 la sentenza e la pena vennero confermate in appello.
Per una parte del nazionalismo serbo Mladić – ribattezzato il “boia di Srebrenica” – ha continuato a essere considerato un comandante e un difensore del proprio popolo. Per la giustizia internazionale è stato invece uno dei principali responsabili delle atrocità commesse durante la dissoluzione della Jugoslavia e del più grave massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
