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Cronaca internazionale

“Sbagliare il pronome è una violenza”. Il delirio woke dell’università Usa

La West Chester University mette in guardia i docenti dal misgendering e dal deadnaming. Agli insegnanti l’invito a dichiarare i propri pronomi e a diventare “alleati” degli studenti trans e queer

Percepirsi femmina

Negli Stati Uniti basta un pronome per trasformare una lezione universitaria in un potenziale campo minato. L’ultima indicazione arriva dalla West Chester University, in Pennsylvania, dove il Center for Trans and Queer Advocacy ha predisposto una guida destinata ai docenti per spiegare come comportarsi con gli studenti trans e queer. Il passaggio che ha acceso la polemica è piuttosto netto: il misgendering - cioè rivolgersi a una persona utilizzando un genere diverso da quello con cui si identifica - “può essere dannoso e violento”. Il consiglio ai professori è altrettanto esplicito: “Per favore, non fate misgendering”.

La stessa guida mette in guardia anche dal deadnaming, ossia l’utilizzo del nome anagrafico precedente di una persona transgender, definito “piuttosto dannoso”. Ai docenti viene suggerito di non leggere ad alta voce i nomi presenti nei registri, di chiedere agli studenti come desiderino essere chiamati e di evitare di presumere i pronomi sulla base dell’aspetto. E c’è spazio anche per qualche consiglio pratico: condividere i propri pronomi aiuterebbe a “normalizzare” questa abitudine, tanto che vengono suggeriti persino sui biglietti da visita e accanto al nome utilizzato su Zoom.

Non è tutto. Nel documento si invitano i professori a riflettere sull’utilizzo di formule come “Miss”, “Ms” e “Mister”, preferendo eventualmente un linguaggio più inclusivo. E compare anche una sorta di esame di coscienza per il personale accademico: “In quali modi vi siete comportati da sostenitori? Dentro e fuori dall’aula?”. Il centro, la cui missione dichiarata è creare un ambiente nel quale le esperienze delle persone trans e queer siano “supportate, celebrate, validate e affermate”, mette inoltre a disposizione corsi, risorse e perfino libri da colorare dedicati alla “Trans Joy”.

A sollevare il caso è stato The College Fix, che ha provato a chiedere chiarimenti all’ateneo senza ottenere risposta. Il punto, del resto, non è soltanto semantico. La guida viene presentata come uno strumento di supporto e non come un regolamento disciplinare, ma alcuni esperti di libertà d’espressione interpellati dalla testata hanno evidenziato il rischio che il confine tra suggerimento e imposizione diventi particolarmente sottile. Laura Beltz, della Foundation for Individual Rights and Expression, ha ricordato che in assenza di molestie mirate e persistenti il semplice rifiuto di utilizzare determinati pronomi resta una forma di espressione protetta. Per Randall Wenger, dell’Independence Law Center, definire “violente” determinate parole rischia proprio di aprire la strada a un meccanismo nel quale “censura e punizione possono essere presentate come protezione”.

Le università americane, del resto, continuano a distinguersi per certe fughe in avanti della cultura woke. Basti pensare a quei corsi universitari nei quali si sosteneva che soltanto i bianchi potessero essere razzisti, alle polemiche sulle politiche di ammissione basate sull’appartenenza etnica e ai docenti finiti nei guai per essersi rifiutati di adeguarsi ai pronomi richiesti dagli studenti.

La questione della West Chester University aggiunge però un tassello ulteriore: non è più soltanto una parola a essere considerata sbagliata o offensiva, ma viene associata direttamente alla “violenza”. Ed è proprio questo slittamento del linguaggio a meritare attenzione. Perché tutelare gli studenti dalle discriminazioni è un conto, trasformare il dissenso linguistico o una scelta lessicale in una forma di violenza è un’altra cosa. E nei campus americani, ancora una volta, il confine sembra diventare sempre più sottile.

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