Se da un lato la Germania si rende conto di avere un problema con l’Islam, come viene riconosciuto nei dibattiti pubblici, dall’altra invece la tv pubblica tedesca confeziona servizi da trasmettere durante i suoi programmi nei quali il velo islamico viene esaltato come accessorio di moda per le donne. È scoppiata una polemica in tal senso, alimentata dalla Csu, a fronte di un servizio televisivo in onda sulla Bayerischen Rundfunk (BR), emittente del gruppo Ard, consorzio delle emittenti pubbliche regionali della Germania, che ha scelto di celebrare la diffusione del velo islamico nelle strade tedesche, presentandola acriticamente come l'ultima e affascinante tendenza in fatto di stile, ribattezzata con l'accattivante formula anglofona di “Modest Fashion”.
Nel corso del reportage televisivo, Selda Dastan e suo marito Ahmed, titolari a Norimberga di un negozio di abbigliamento conforme alla Sharia, hanno potuto spiegare senza alcun contraddittorio da parte dei giornalisti quanto sia fondamentale per una donna coprirsi integralmente per sottrarre il proprio corpo agli sguardi maschili. A far indignare l'opinione pubblica è stato in particolare il paragone utilizzato dal commerciante islamico, il quale ha accostato la figura femminile a un telefono cellulare, affermando che entrambi necessitano di una custodia protettiva per evitare di subire danni. “Il corpo di una donna è prezioso in ogni sua parte e non deve diventare un oggetto alla mercé degli altri uomini”, ha dichiarato Ahmed nel servizio. E ha poi aggiunto: “Questo movimento è stato plasmato da stiliste musulmane ed ebree. Oggi le collezioni si rivolgono anche a donne che vedono la moda come un segno della propria autoconsapevolezza”.
Il segretario generale della CSU, Martin Huber, ha attaccato duramente i vertici dell'emittente bavarese tramite la Bild: “Chi paragona le donne alle custodie dei cellulari e descrive l'uso di veli e burqa come femminista, degrada le donne a oggetti e ignora la realtà della vita delle donne in molte parti del mondo.
Che tali affermazioni rimangano non commentate in un contributo del servizio pubblico è del tutto inaccettabile”. E ancora: “Mentre in Iran e in Afghanistan le donne vengono punite brutalmente per un velo indossato male, qui si romanticizza un simbolo di oppressione. E questo viene pagato con i nostri canoni”.