Caro Direttore Feltri, ho ascoltato con stupore le parole di Franco Gabrielli, che ha paragonato la norma cosiddetta anti maranza a un’ipotetica legge che negli anni Sessanta avrebbe potuto essere definita contro i terroni. Secondo lui sarebbe un insulto dal timbro etnico e un paragone con le discriminazioni subite dai meridionali. A me, invece, sembra un accostamento profondamente sbagliato. Davvero si possono mettere sullo stesso piano milioni di italiani che si spostavano dal Sud al Nord per lavorare con un fenomeno che oggi viene associato a bande giovanili responsabili di rapine, aggressioni e violenze? Lei cosa ne pensa?
Riccardo Bitto
Caro Riccardo, penso che ci sia un limite oltre il quale i paragoni smettono di essere argomenti e diventano soltanto slogan. E quello di Franco Gabrielli appartiene precisamente a questa categoria. Paragonare la norma cosiddetta anti maranza a un’ipotetica legge contro i terroni significa cancellare la storia italiana e sostituirla con una caricatura ideologica.
Da anni assistiamo a un esercizio retorico ormai estenuante. Ogni volta che qualcuno prova a parlare dei problemi connessi all’immigrazione illegale o alla criminalità, spunta qualcuno che tira fuori i nostri nonni emigrati in Svizzera, in Belgio o i meridionali arrivati a Torino e Milano. Queste argomentazioni traballanti hanno stufato. I paragoni hanno senso soltanto quando i fenomeni sono comparabili. E qui non lo sono.
Anzi, dirò di più. La considero una intollerabile mancanza di rispetto verso quei meridionali che hanno contribuito con il loro lavoro alla crescita economica dell’Italia. Inoltre, esistono milioni di stranieri che lavorano, pagano le tasse, rispettano le nostre leggi e contribuiscono alla società. Nessuno li definisce maranza. Nessuno pensa a loro quando si parla di bande giovanili violente. Perché il discrimine non è il colore della pelle, non è la nazionalità e non è la religione. È il comportamento. Le leggi, in uno Stato di diritto, non dovrebbero mai colpire una persona per ciò che è, ma per ciò che fa.
Ed è questo il punto che trovo singolare nell’argomentazione di Gabrielli: trasforma una discussione sulla sicurezza e sulla criminalità in una discussione sull’origine delle persone, quando il cuore del problema sono le condotte. Se un fenomeno criminale presenta caratteristiche ricorrenti, il legislatore ha il dovere di affrontarlo senza essere accusato, ogni volta, di razzismo. Una società che smette di chiamare i problemi con il loro nome finisce inevitabilmente per subirli. Questo è quello che ci sta accadendo.
