Mezzogiorno di ieri, piazza Foglia, centro di Rozzano. Il sole di fine settembre scalda i banchi del mercatino dell’usato, tra scarpe spaiate e la solita contrattazione sottovoce di ogni domenica. Da qui il cuore della città sembra quello di sempre. Ma basta incamminarsi verso Valle Ambrosia, il complesso di case popolari nel quartiere dei Fiori dove circa due settimane fa un colpo di pistola ha spaccato in due la storia recente di questa città, per sentire raccontare un’altra Rozzano.
«Di solito qui la sera è pieno di gentaglia, alle fermate del tram, davanti al Pam» racconta una residente. «Ieri sera, all’una di notte, non c’era nessuno. Ho detto: mamma mia, non mi sembra nemmeno di stare a casa mia».
È in questo scarto che si misura la vera ferita di Rozzano. Bisogna tornare a martedì 8 settembre, quando intorno alle dieci del mattino un colpo di pistola esplode tra via Petunie e via Lillà, a pochi metri da un asilo pieno di bambini che giocano in giardino. Le maestre li mettono in salvo, nessuno viene colpito, nessun bossolo viene trovato. Cinque giovani nordafricani spariscono verso il Parco 2. Gli inquirenti ipotizzano un regolamento di conti legato allo spaccio. È la scintilla che innesca settimane di tensione: il sequestro di un 25enne marocchino, rapito e pestato per due giorni al Gratosoglio; poi, il 16 e 17 settembre, le ronde, i pestaggi in strada, fino all’informativa dei carabinieri in procura con l’ipotesi di odio razziale.
«Non c’è più un extracomunitario in giro. E siamo ben contenti» dice, senza troppe attenuanti, una residente di Valle Ambrosia, per poi correggersi a metà: «Diciamo che è giusto che se ne vadano i delinquenti. Le persone integrate vanno bene» precisa la 49enne Barbara, insegnante. Sull’odio razziale è categorica: «È che se hai un adolescente in casa che deve uscire la sera, hai paura, non odio». I suoi due figli, 19 e 13 anni,, non li lascerebbe mai fuori dopo il tramonto. Ieri sera, racconta, è passata davanti al municipio, in piazza Foglia, per una cena: «Non c’era un’anima. Un miracolo».
Daniele, 51 anni, abita da un anno a Valle Ambrosia, arrivato da Rho, in un bilocale da 800 euro al mese. Alla domanda se farebbe vivere qui i suoi figli, non ha dubbi: «Assolutamente no. Mio figlio non lo porto mai qua». Eppure lui da Rozzano non si sente di andarsene.
Michele, operatore ecologico con due lavori per arrivare a fine mese e 61 anni tra qualche giorno, racconta il degrado quotidiano: materassi abbandonati, gente che dorme ubriaca per strada. Alla domanda se si tratti solo di extracomunitari, la risposta complica il quadro: «Non tutti, qualche italiano c’è. Ed è per questo che dico che ne abbiamo già abbastanza dei nostri».
Tra i banchi del mercatino, Adriano, ambulante arrivato da Saronno, ride quando gli si chiede se vivrebbe mai qui: «Neanche per sogn!». Poi, a bassa voce: «Come si fa a sparare davanti a un asilo?» Stefano, 56 anni, musicista e residente storico («sono nato qui e ci vivo da sempre») sulle ronde non usa mezzi termini: «Hanno fatto bene. È diventato tutto troppo degradato rispetto a prima».
In procura a Milano, intanto, il procuratore Marcello Viola valuta l’informativa dei carabinieri sui pestaggi, con l’aggravante dell’odio razziale sul tavolo. Ma nelle strade dei Fiori resta il contrasto tra due Rozzano nello stesso pomeriggio: quella del mercatino, indifferente e viva, e quella di chi misura le proprie sere in base a quante persone incontra per strada.
