Vittime innocenti di un depistaggio organizzato. Fausto Tinelli e Lorenzo Iaio Iannucci erano ragazzi dell’ultrasinistra milanese nell’epoca più cupa: la fine degli anni Settanta, quando la violenza di piazza scivolava in ampi settori verso la clandestinità e la lotta armata. Fausto e Iaio non erano terroristi, non lo sarebbero mai diventati: stavano al Leoncavallo, il centro sociale che era allora (e per molti anni a venire) la roccaforte dell’ala estrema della sinistra milanese. La sera del 18 marzo 1978, a pochi metri dal Leoncavallo, vennero crivellati con otto colpi di pistola 7,65: cinque a Fausto, tre per Iaio. La loro morte è rimasta per quasi cinquant’anni uno dei pochi misteri irrisolti degli anni di piombo. Ora due pubblici ministeri milanesi, Francesca Crupi e Leandro Lesti, hanno riaperto le indagini. E sullo sfondo si staglia con sempre più corpo l’idea che la condanna a morte dei due ragazzi sia stata la conseguenza del depistaggio che doveva coprire gli autori di un altro delitto, che tre anni prima ebbe per vittima un giovane del fronte opposto: Sergio Ramelli, neofascista diciassettenne, aggredito a colpi di chiave inglese sotto casa il 13 marzo 1975, e morto dopo un mese e mezzo di coma. Gli assassini di Ramelli per schivare i sospetti fecero circolare la voce che a colpire il ragazzino fosse stato un altro gruppo dell’ultrasinistra, quello intorno cui gravitavano Tinelli e Iannucci. Il loro assassinio sarebbe stata la vendetta neofascista arrivata da Roma: la vendetta sbagliata.
Le nuove indagini ruotano soprattutto intorno a uno dei due filoni su cui si concentrarono fin dall’inizio le ipotesi degli inquirenti. Il primo portava verso il mondo degli spacciatori di droga, oggetto in quegli anni da parte del Leoncavallo di indagini, di un libro bianco e anche di spedizioni punitive, le famose ronde proletarie: e al pestaggio di uno dei venditori di eroina era stato presente anche Iaio. Il secondo andava verso il mondo del neofascismo romano, il mondo di militanti missini che derapava in quegli anni verso la lotta armata, la banda Prati, i nascenti Nar: a portarvi le indagini, una massa quasi torrenziale di dichiarazioni di pentiti dell’ultradestra, concordi nell’indicare nella banda Prati i colpevoli del delitto di Milano. Sono tre di loro, Mario Corsi, Massimo Carminati e Claudio Bracci, a finire nel registro degli indagati. Ma l’inchiesta finisce in un vicolo cieco.
Ora si riparte da lì: dalla seconda pista, la strada che portava verso il neofascismo romano. Si cercano impronte sui comunicati che rivendicavano l’agguato. Vengono rianalizzate le prove. È tutto molto complicato, ogni svolta apre nuovi interrogativi. Come fu possibile che il cappello sporco di sangue, unica traccia lasciata dagli assassini, custodito all’ufficio corpi di reato del tribunale di Milano, sia stato distrutto «per motivi igienici»? E davvero le vecchie indagini sbagliarono l’arma del delitto, cercando una Beretta 34, vecchio modello con solo sette colpi nel serbatoio, quando contro Iannucci e Tinelli ne vennero sparati molti di più, e da una sola pistola? Dettagli, si dirà: che hanno reso però tutto più complicato, e lo rendono ancora. Eppure l’indagine va avanti, e faldoni su faldoni si accumulano nelle stanze dei pm. Se davvero furono i fascisti della banda Prati, il movente è quasi ovvio: l’uccisione di Fausto e Iaio fu la vendetta dell’ultradestra per l’uccisione di Sergio Ramelli. Lo dissero le prime rivendicazioni, lo dicono i pentiti, e lo dice soprattutto la data: 18 marzo, a ridosso dell’anniversario dell’agguato mortale a Ramelli. E lo dice anche quello che doveva essere il seguito: l’uccisione programmata l’anno dopo di un altro esponente dell’ultrasinistra, anche lui vicino al Leoncavallo ma ben più grande e potente dei due ragazzi uccisi in via Mancinelli: Andrea Bellini, capo del collettivo Stadera-Casoretto, altrimenti detto Banda Bellini, un mucchio selvaggio noto per la brutale efficienza. Nel 1979, gli stessi fascisti romani salgono a Milano per ammazzare anche lui. L’agguato stavolta fallisce. Il commando torna a Roma. Tutto chiaro, dunque? No. Alle indagini manca un pezzo: né il Leoncavallo né Bellini avevano nulla a che fare con l’uccisione di Sergio Ramelli. La ritorsione del gruppo di Prati sbaglia obiettivo. Non è un errore casuale. A indicare Bellini come assassino dello studente missino furono tra il 1975 e il 1978 i veri colpevoli dell’agguato: quelli di Avanguardia Operaia, gruppo più istituzionale della Banda Bellini, che di lì a poco sarebbe sbarcato in Parlamento sotto il nome di Democrazia proletaria. Fu un’opera intensa di disinformazione preventiva, che raggiunse l’obiettivo. Solo nel 1985 il giudice Salvini scoprì e arrestò per omicidio i capi del servizio d’ordine di Avanguardia operaia.
Ma dieci anni prima il depistaggio aveva funzionato. Quell’accusa, «è stato il Casoretto», arrivò fino ai fascisti romani. E ad andarci di mezzo furono Fausto e Iaio.
