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Cronaca nera

L’appuntamento, l’auto riapparsa, il cumulo di pietre: “Roberta Martucci ancora senza una verità”

La scomparsa di Roberta Martucci e le indagini che ancora non hanno permesso l’individuazione dei responsabili. La criminologa: “Il ricordo di una donna può riaprire le indagini”

Roberta Martucci

Quella di Roberta Martucci non è una scomparsa come le altre. Le statistiche sulle scomparse in Italia parlano di una maggior parte di persone che in pochi giorni fa spesso ritorno a casa: gli altri e le altre, purtroppo, diventano casi di cronaca nera. Come questo: è improbabile pensare che la donna sia ancora in vita, tanto che lo scrive anche la procura, sebbene si dice dubbiosa nella possibilità di stabilire chi siano i responsabili. Quello che manca di più, infatti, è la verità.

Tuttavia c’è chi non si arrende. “Non siamo certi che la procura riaprirà il caso per la quarta volta, ma siamo agguerriti”, dice a IlGiornale la criminologa Isabel Martina, che, insieme con i legali Salvatore Bruno e Valentina Presicce, oltre che una serie di consulenti e avvocati nel tempo, si è occupata e si occupa del cold case.

La scomparsa di Roberta Martucci

Il Salento del 1999 è esattamente come uno se lo immagina. Sta per diventare un luogo di movida estiva ma ancora non lo è. In giro si va con le vecchie auto dei genitori, talvolta anche dei nonni, non perché non si approfitta della rottamazione, ma perché ci si è affezionati. È con queste auto che percorriamo le litoranee ionie e adriatiche per spostarci da una località marina all’altra. Spuntano i primi telefonini, sono costosissimi e si guarda con un pizzico di sana invidia chi ha uno StarTac.

È questa l’ambientazione di un giallo che non è mai stato sciolto. Roberta Martucci ha 28 anni, vive a Torre San Giovanni, frazione di Ugento in provincia di Lecce, con la madre e una delle sue cinque sorelle. Il padre è venuto a mancare poco tempo prima: Roberta lavorava con lui nel bar di famiglia, ma ora ha cambiato vita. Assiste gli anziani, ha interrotto una relazione lunga e importante. Non ha grandi giri: le sue telefonate, con uno di quei telefonini dell’epoca, sono verso la mamma e due amiche di Gallipoli, Rory e Rita. Definire Roberta una persona semplice non è sbagliato: era una comune giovane donna degli anni ’90, con uno stile di vita piuttosto tranquillo e ordinario.

Ma una sera di fine estate accade l’imponderabile. È il 20 agosto 1999. È ancora una di quelle estati in cui, dopo Ferragosto, nel Salento, di sera e soprattutto vicino al mare, ci si doveva mettere la giacchetta perché il freddo inizia a farsi tangibile. E infatti Roberta Martucci prende una giacca e l’auto di mamma, accompagna la sorella per un brevissimo tratto, e inizia il suo percorso verso la litoranea perché ha appuntamento con le amiche a Gallipoli. Dove non arriverà mai. Rita e Rory aspettano all’ingresso della città, non vedendola le mandano un messaggio: “Roberta, per favore, non fare scherzi”. Da quel giorno Roberta è ufficialmente una delle persone scomparse delle quali non si conosce la verità su quanto accaduto.

Le indagini

Ci sono state tre indagini dal 1999 a oggi. La prima a ridosso della scomparsa, poi nel 2006 e infine nel 2017. Tutte archiviate. Un indagato della prima ora è l’ex fidanzato. Ma non solo i due si sono lasciati bene - tanto che lui aveva intanto anche avviato un’altra relazione, e si è mostrato molto dispiaciuto per la scomparsa dell’ex - ma ha anche un alibi fortissimo, corroborato da diverse decine di testimoni. Gli inquirenti si domandano quindi se abbiano avuto un ruolo le due amiche: si esplorano piste fantasiose, ma nulla di tangibile emerge. Le amiche Rory e Rita non c’entrano, sono cristallizzate in quell’attimo in cui pensavano che Roberta sarebbe giunta da loro da un momento all’altro quella sera.

“Abbiamo iniziato a indagare l’anno dopo 2015 - racconta Martina - il caso era stato aperto e chiuso per due volte, con meri sospetti su due amiche, Rory e Rita, con cui Roberta avrebbe dovuto vedersi la sera in cui è scomparsa. Quelle indagini non hanno portato a nulla: le due donne sono state intercettate per tantissimi anni, pedinate, ma non è emerso assolutamente nulla contro di loro. La procura ha archiviato appunto nel 2015 concludendo che Roberta era morta ma non era dato sapere chi fossero i responsabili della sua scomparsa”.

Ci sono 11 indizi però che invece emergono, grazie allo studio di Isabel Martina e di chi ha lavorato e lavora con lei. Tre di questi sono importanti. Il primo: la tessera bancomat di Roberta Martucci viene ritrovata in casa poco tempo dopo, ma intanto, il 30 agosto 1999, dieci giorni dopo la scomparsa, qualcuno effettua dei prelievi. La tessera avrebbe dovuto essere, con gli altri documenti, nella sua borsa, mai ritrovata.

Il secondo indizio: alcuni messaggi inviati alla famiglia, a conoscenti, a giornalisti. Due sono fax, in uno viene scritto che Roberta Martucci è viva e si chiede di lasciarla in pace. In un altro, molto particolare per il linguaggio usato, viene scritto che invece la scomparsa sarebbe morta, e viene chiesto di torchiare le due amiche: “In merito alla triste storia di Roberta, vi comunico che lei non c’è più. La verità nel dettaglio la possono dare solo quelle due amiche di Gallipoli. Loro sanno tutto. Chiudetele in gabbia per un paio di settimane e parleranno una volta per tutte. Mi dispiace”. C’è poi un biglietto scritto a mano, la cui grafia non corrisponde a quella di Roberta Martucci, ma una perizia afferma che sembra esserci una certa famigliarità.

Il terzo indizio importante è quello dell’auto, che viene ritrovata a Gallipoli quattro giorni dopo la scomparsa, a un centinaio di metri dalle abitazioni di Rory e Rita. Nessuno aveva visto quella vettura nei giorni precedenti. “L’automobile sparisce insieme a lei, Roberta non arriva mai a Gallipoli, lo diciamo noi nel 2017, ma la vettura viene trovata quattro giorni dopo con il lato guida aperto e il lato passeggero chiuso. Secondo la procura, Roberta sarebbe arrivata a Gallipoli e lì le sarebbe accaduto qualcosa. L’autopsia psicologica è stata fondamentale per capire che invece le cose non sono andate così”, precisa Martina.

L’indizio dell’automobile è fondamentale: era completamente ripulita, all’interno non c’era un capello o un’impronta digitale. E mancavano le chiavi e il libretto di circolazione. Quest’ultimo sarebbe stato depositato in originale al Pra al momento della rottamazione, avvenuta ad agosto 2000. Il proprietario della rimessa ricorda anche che le chiavi in quel momento c’erano. “Chi ha ucciso Roberta sapeva che doveva andare a Gallipoli. È stato questo l’impulso alla nostra pista”, aggiunge Martina.

Dallo studio della criminologa sul caso e degli altri esperti che vi hanno lavorato emerge la figura di una persona vicina alla famiglia che avrebbe “sempre movimentato il caso, interloquendo con gli inquirenti in maniera attiva: tutte le piste inerenti le amiche e presunti festini sono state portate da spontanee dichiarazioni di questa persona, tra l’altro con diverse discordanze e contraddizioni”. Tanto che nel 2018 si tiene una conferenza stampa in cui si parla dei presunti depistaggi. Questa persona viene iscritta nel registro degli indagati, tuttavia la sua posizione è stata poi archiviata.

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Un nuovo importante indizio

C’era un cumulo di pietre su una discesa della litoranea che porta da Gallipoli a Ugento e viceversa, la strada percorsa da Roberta Martucci la sera della scomparsa. Il cumulo è spuntato a ridosso della scomparsa e c’è ancora, anche se è molto più basso, si è accorciato via via col passare degli anni. Nel tempo, un ulivo selvatico si è fatto strada tra le rocce. Accadeva mentre la caletta era ampiamente fruibile, ora è poco meno di una riserva naturale, ed è scarsamente frequentata. Si trattava di un “cumulo di pietre abbastanza importante, dal quale fuoriuscivano nel tempo odori nauseabondi”. Gli odori si sarebbero avvertiti anche l’estate successiva, anche se più attenuati.

È stato grazie ai social network che questo ricordo è giunto a Lorella Martucci: una donna, leggendo la storia di Roberta sulla pagina della giornalista Irene Vella, che ha realizzato il progetto social e il libro “Era mia figlia”, ha ricordato infatti un dettaglio importante e ha contattato l’avvocata Presicce, che, nel Salento e non solo, è una nota attivista contro le violenze di genere.

“I social hanno avuto una funzione importante per riportare l’attenzione su questo caso. Pensavo che la partecipazione fosse tanta: abbiamo avuto conferenza stampa, fiaccolate, eventi con un’enorme partecipazioni da tutta la Puglia e pensavamo che il caso di Roberta fosse molto noto, e invece ci siamo resi conto di cosa è accaduto grazie a un post con una diffusione ampia: si è risvegliato in una donna un ricordo che aveva confidato a più persone, che le era rimasto dentro. Il ricordo è preciso, perché risale a quando questa donna aveva un figlio neonato e corrisponde ai giorni della scomparsa di Roberta Martucci”, conclude Martina.

La segnalazione è stata ferma per mesi in procura. All’inizio di marzo 2026 l’associazione Penelope Puglia ha portato il cane molecolare Pack sul luogo, ma l’animale ha trovato solo resti non di natura umana. L’11 marzo la procura ha avviato gli scavi e successivamente ha aperto un fascicolo per occultamento di cadavere, procedendo all’analisi dei reperti rinvenuti sul luogo della segnalazione sulla litoranea.

Intanto procedono anche le indagini di supporto a Lorella Martucci: ci sarebbero degli audio - uno relativo a una trasmissione televisiva e alcuni di intercettazioni eseguite durante le inchieste della procura passate - al momento al vaglio di “pulizia” e riascolto.

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