Le tragedie fanno rumore, il disagio resta in silenzio. Ci accorgiamo del dolore degli altri solo quando diventa impossibile non vederlo.
Sono due orrori diversi quelli consumati nella stessa periferia di Roma dietro porte che per gli altri restano chiuse. Un ragazzo di sedici anni, con problemi psichici, uccide la madre a botte. Il giorno prima aveva chiamato il 112 e la polizia era intervenuta: un segnale c’era stato, una fragilità era emersa, ma nessuno può ancora dire se e come quel disastro potesse essere evitato.
Nell’altro caso, una bambina di cinque anni con disabilità viene trovata morta insieme ai genitori e al loro cane.
Anche qui, una famiglia apparentemente normale e nessuno che abbia potuto o saputo intercettare la sofferenza. Ed è esattamente questo l’aspetto più difficile da accettare: le tragedie non cominciano quando arriva il sangue.
Cominciano molto prima, quando una persona inizia a stare male e intorno a lei il silenzio diventa più forte delle richieste d’aiuto. Non significa trasformare ogni dolore in un sospetto, né pretendere che famiglie, vicini o istituzioni possano prevedere l’imprevedibile. Significa però riconoscere che il disagio psichico non può essere lasciato alla sola dimensione privata, come se bastasse chiudere una porta per chiudere anche il problema. Una società civile dovrebbe essere capace di fare una cosa molto semplice e allo stesso tempo complicatissima: non arrivare soltanto dopo.
Intervenire quando c’è ancora qualcuno da salvare, un parente da sostenere, un ragazzo da ascoltare. Il disagio lasciato solo non fa rumore ma implode e poi esplode. Siamo bravi ad occuparci delle emergenze, molto meno a riconoscere ciò che le precede. Ma non tutto ciò che è invisibile è inesistente.
