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Cronaca nera

Simonetta, trentasei anni di bugie tra servizi, depistaggi e suicidi

Il 7 agosto 1990 il cadavere della Cesaroni venne trovato negli uffici romani dell’Aiag. La ventenne fu uccisa con 29 coltellate. Da allora, tra sospetti e ipotesi, non si è mai scoperta la verità

Mistero Pietro Vanacore in una foto d'archivio del 23 aprile 1997. L'ex portiere dello stabile di via Poma, inizialmente sospettato dell'omicidio, si suicidò nel marzo del 2010

Trentasei anni di bugie, l’ombra dei servizi segreti, sospettati entrati e usciti dall’inchiesta, un processo a un innocente, fascicoli aperti e chiusi e perfino un suicidio. Tutto questo è via Poma, l’omicidio irrisolto di Simonetta Cesaroni, che oggi punta su insospettabili di «altissimo livello» perché la Procura di Roma è convinta che persone importanti avrebbero garantito coperture e impunità all’assassino della segretaria di vent’anni uccisa con 29 coltellate, il 7 agosto 1990 a Roma, mentre lavorava negli uffici dell’Aiag, l’associazione in odore di servizi presieduta dal defunto avvocato Francesco Caracciolo di Sarno. Una figura controversa, quella di Caracciolo, mai realmente coinvolta negli approfondimenti investigativi, e che per il gip di Roma Giulia Arcieri sarebbe l’anello di congiunzione con alti funzionari dello Stato in grado di mettere in atto «un possibile e verosimile intervento di poteri forti nelle indagini», scrive nel decreto con il quale, due anni fa, ha respinto la richiesta di archiviazione della Procura, disponendo invece approfondimenti su 25 sospettati. È da quella decisione coraggiosa che scaturiscono le ultime novità sul caso, con il prelievo segreto del Dna a otto persone, cinque donne e tre uomini che all’epoca risiedevano nello stabile, per la comparazione con i profili genetici isolati sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini della vittima. Un’analisi effettuata in incidente probatorio dal Ris di Roma lo scorso 4 giugno, che però ha dato esito negativo. Nonostante il nulla di fatto delle prime comparazioni, gli accertamenti con le ultime tecniche scientifiche non si fermano e corrono parallele alle indagini tradizionali che hanno portato i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Lia, a ricostruire ogni dettaglio dell’inchiesta, riesaminando atti, reperti e testimonianze. L’obiettivo, insomma, è arrivare dal basso al vertice di quella piramide che avrebbe fornito le coperture all’assassino di Simonetta, per risolvere uno dei gialli più intricati della cronaca italiana, alimentato da personaggi che, subito dopo il delitto, sono entrati a via Poma per coprire le tracce del killer e mettere in atto un depistaggio che, finora, ha sbarrato la strada alla verità. Per capire la storia e i personaggi coinvolti bisogna tornare a quel tragico 7 agosto 1990 negli uffici degli Ostelli della gioventù, dove Simonetta, dopo una strana telefonata ricevuta all’ora di pranzo, era andata per sbrigare alcune pratiche. A tarda sera la segretaria non aveva fatto ancora rientro a casa. Sua sorella Paola, con il fidanzato e il datore di lavoro Salvatore Volponi, allora si precipitarono a via Poma, facendosi aprire l’ufficio dal portiere Pietrino Vanacore. Davanti ai loro occhi l’orrore: Simonetta era a terra, nuda, martoriata dalle coltellate, probabilmente inflitte con un tagliacarte. L’appartamento era stato ripulito. Sulla scena del crimine un inquietante bigliettino con la scritta CE e il disegno dell’impiccato con la frase DEAD OK. È la firma dell’assassino, dissero gli inquirenti, per poi scoprire che era opera di un poliziotto annoiato in servizio. La scena del delitto, insomma, fu contaminata, ma vennero trovate tracce di sangue, tra cui una sulla maniglia interna della porta, dove, nel 2008, fu isolato un dna frammisto della vittima e di un uomo ignoto. I sospetti si concentrarono subito su Vanacore, arrestato tre giorni dopo il delitto per una macchia ematica sui suoi pantaloni e scarcerato quando le analisi scientifiche accertarono che non era di Simonetta. L’attenzione si spostò poi su Federico Valle, nipote dell’anziano architetto Cesare che abitava nel palazzo. Il suo movente? La rabbia scatenata dalla convinzione che la vittima avesse una storia d’amore con il padre Raniero Valle. L’avrebbe udita parlare con le amiche del rapporto d’amore con Raniero. Si trattava, però, di Raniero Busco, il fidanzato dell’epoca, e non del padre di Federico. Il giovane era finito sotto i riflettori investigativi per la testimonianza di Roland Voller, un austriaco informatore della polizia e amico della mamma dell’indagato, il quale disse di aver raccolto la confidenza della signora, la quale gli avrebbe confessato che la sera del delitto Federico era tornato a casa sporco di sangue. Un’accusa falsa e Valle uscì di scena. Sull’inchiesta calò così il sipario, fino al 2007, quando Busco fu accusato dell’omicidio. Contro di lui i pm erano convinti di aver trovato la prova regina: il suo dna sul corpetto e il reggiseno dell’allora fidanzata, oltre a una lesione sul capezzolo sinistro della vittima riconducibile, secondo l’accusa, a un suo morso. Busco fu condannato in primo grado a 24 anni di carcere, ma l’appello ribaltò la sentenza, poi confermata in Cassazione. In quel processo avrebbe dovuto testimoniare anche il portiere Vanacore, ma tre giorni prima della sua testimonianza, il 9 marzo 2010, si suicidò su una spiaggia del Tarantino, in novanta centimetri d’acqua. Lasciò il cartello: «20 anni di sofferenze e di sospetti ti portano al suicidio».

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