Otto mesi fa, quando Carmine Mele varcò la soglia del commissariato Mecenate, trovò solo sguardi spenti. Era l’eredità di un fatto che a Milano non si era mai visto: il 27 gennaio l’assistente di polizia Carmine Cinturrino aveva sparato, uccidendolo, al figlio della famiglia che controlla lo spaccio nel Boschetto di Rogoredo, Abderrahim Mansouri, noto come «Zack». Un evento che aveva incrinato il rapporto tra i cittadini e la divisa. «I ragazzi venivano insultati durante i controlli, accusati di essere corrotti», racconta oggi il dirigente. Da marzo il commissariato che presidia Corvetto, Ponte Lambro, piazzale Lodi e lo Scalo di San Donato ha cambiato passo e i numeri lo confermano: quasi 18mila persone controllate in sei mesi.
Mele viene dall’antiterrorismo, dalla Digos, da una carriera fatta di indagini lunghe e materie delicate. A Mecenate ha applicato lo stesso metodo che usa da sempre: conoscere prima l’uomo, poi il poliziotto. Schede personali per ogni agente, colloqui uno a uno, la convinzione che un gruppo motivato renda di più di uno disciplinato a comando. «Diffido da chi arriva e vuole subito fare la lista dei buoni e dei cattivi» dice. Non ha allontanato nessuno.
Proprio a marzo, insieme al cambio di passo, è arrivato anche il rinforzo dell’organico: nuovi uomini assegnati al commissariato, un vice dirigente giovane scelto per affiancare Mele nella gestione quotidiana, e un nucleo di ispettori e agenti di sua fiducia, selezionati uno per uno con lo stesso criterio con cui ha ricostruito la squadra. Una squadra pensata per durare, non per tamponare l’emergenza del momento.
Il problema più urgente resta il Boschetto che di boschivo non ha più nulla, dopo le bonifiche: un hub ferroviario stretto tra i binari di Ferrovie dello Stato, le autostrade e il territorio di San Donato. Ogni giorno, secondo le stime del commissariato, transitano almeno 150 persone in cerca di eroina a basso costo. Una droga povera, comprata anche con 2,50 euro di monetine. È da quelle sequestrate che gli agenti misurano l’entità dello spaccio. Distinguere il tossicodipendente dal pusher, sul posto, non è difficile: il primo si lascia fermare, il secondo scappa sui binari, costringendo a chiedere l’interruzione dell’Alta velocità. È lì che il rischio per gli agenti si fa più concreto: il commissariato organizza ogni mese un’operazione straordinaria con droni e unità cinofile su tutte e quattro le macroaree dello spaccio, sapendo che i risultati sono temporanei: «Il problema di fondo è che noi andiamo via e loro ritornano» ammette Mele.
Accanto al narcotraffico c’è la criminalità giovanile. A Ponte Lambro si muovono gruppi di 4 o 5 ragazzi, spesso minori extracomunitari senza famiglia, senza casa che non conoscono la lingua: rapine da strada, collanine strappate, aggressioni ad anziani. «Non ci arrivano per cultura» dice Mele che rivendica comunque il lavoro fatto insieme ai servizi sociali e all’ufficio immigrazione per intervenire su chi è privo di permesso di soggiorno. Il commissariato punta anche sui servizi integrati: pattuglie di polizia, Polizia locale e Guardia di finanza unite per rispondere a segnalazioni puntuali, dal controllo della movida al degrado. E poi il presidio quotidiano delle stazioni, il contrasto ai piccoli episodi che minano la percezione di sicurezza, dai petardi a mezzanotte ai bivacchi molesti. Mele ricorda che il 60% degli interventi riguarda liti familiari, un dato che smentisce l’idea di un commissariato distante dal quartiere: le «Volantine» gestiscono codici rossi, mediazioni, valutazioni sul rischio di degenerazione. Un lavoro silenzioso, meno raccontabile della cronaca nera, ma è quello che assorbe la maggior parte delle energie. Nel frattempo il commissariato ha ritrovato smalto anche nei piccoli segnali: nuovi computer, uffici ritinteggiati, una tenda per l’attesa dei cittadini in coda per i passaporti, servizio che Mele considera un biglietto da visita. «Diamo un servizio al cittadino, portiamo felicità: il passaporto vuol dire che qualcuno può viaggiare» .
Come tenere insieme un commissariato che affronta spaccio, minori, liti familiari e criminalità di strada? Mele risponde con una battuta che è anche un metodo di lavoro: «Sono napoletano e il mio motto è uno solo: calma. Sono il dirigente della calma». Un’immagine che restituisce lo spirito con cui ha provato a voltare pagina dopo i fatti di gennaio: ricostruire, controllo dopo controllo, uomo dopo uomo, la fiducia che si era spezzata.
