Denis Cavatassi, l'italiano condannato a morte in Thailandia continua la sua lotta

L'uomo è accusato di essere il mandante dell'omicidio del suo socio. Ora i famigliari vogliono fare ricorso alla Corte Suprema per salvargli la vita

Denis Cavatassi, l'italiano condannato a morte in Thailandia continua la sua lotta

Accusato di essere il mandante dell'omicidio del suo socio, Denis Cavatassi è stato condannato a morte In Thailandia. "Mi rendo conto solo ora che il destino possa riservare delle esperienze che vanno oltre ogni immaginazione. Prima di vivere tutto questo non avevo mai riflettuto a fondo sul concetto di giustizia e di punizione, o su come, spesso, si possa essere troppo facilmente giustizialisti di fronte a quello che potrebbe essere anche un errore giudiziario", racconta Denis - che si è sempre dichiarato innocente - in una lettera inviata alla famiglia. Come riporta Repubblica, l'omicidio del suo socio - Luciano Butti - ha avuto luogo nel 2011. I due gestivano un'attività di ristorazione a Pukhet.

Cavatassi era stato rinchiuso subito dopo la morte di Butti ed era stato in seguito rilasciato su cauzione. Il 50enne ha aspettato il processo, convinto che sarebbe stato assolto. Ma le cose non sono andate così, e anzi, per lui è scattata la pena di morte. Insieme all'avvocato che segue il caso - lo stesso della famiglia Regeni, ovvero Alessandra Ballerini - ora il suo caso approda in Senato e Denis avrà la possibilità di raccontare quanto sta succedendo.

"Ci stiamo rivolgendo all'attenzione sociale e istituzionale perché vorremmo che il suo e il nostro inferno finisse, ma vorremmo anche che a tutti, colpevoli o innocenti che siano, venisse garantito un processo equo e un trattamento più umano. Quello che lui racconta è sconcertante e a tratti disumano", ha raccontato sempre al quotidiano la sorella dell'uomo, Romina. La donna parla inoltre delle dure condizioni di detenzione del fratello che può comunicare con la famiglia solo attraverso delle lettere: "Non ci è consentito chiamarlo", afferma Romina.

Denis si è così rifugiato nella scrittura e nella lettura: "Per non impazzire, mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. L'istinto di autoconservazione ha acuito, però, con il passare del tempo, le mie capacità intellettive, predisponendomi alla sopravvivenza pura. Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola Asia e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L'amore mi salva e mi da la forza di andare avanti e non perdere la testa e la speranza".

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