Veronesi: "Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste"

"Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi?"

Veronesi: "Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste"

"Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste". Lapidario. Umberto Veronesi, oggi direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia, si racconta nel libro Il mestiere di uomo che uscirà domani per Einaudi. E racconta come nel corso degli anni sia diventato agnostico senza tuttavia perdere la fede nella vita. Negli estratti, pubblicati oggi da Repubblica, l'oncologo medita sul dolore ripercorrendo la propria vita dall’infanzia da "inappuntabile chierichetto" all’amicizia con padre Giovanni che gli fece capire che esiste anche una carità laica.

“La scelta di fare il medico è profondamente legata in me alla ricerca dell’origine di quel male che il concetto di Dio non poteva spiegare - si legge - da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro". Per Veronesi, così come per la maggior parte dei medici che si battono per curare i tumori, il dolore incarca una forma vera e propria. È l'identità stessa del cancro. Ed è allora che, come spiega Veronesi, "diventa molto difficile idfentificarlo come una manifestazione del volere di Dio".

"Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male - continua - il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia". In quel momento Veronesi scopre di essere uomo. Si rende conto, insomma, che non c’è alcun dio a cui affidare il proprio operato: "Ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata".

Il cancro per Veronesi è molto simile a un campo di concentramento. "Così come Auschwitz - racconta - per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio". E chiede: "Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del non so".

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