"Il virus ci impone di rinunciare al culto dei morti”

Guidalberto Bormolini, monaco e tanatologo, spiega come il virus ci costringa a rinunciare "all’accompagnamento alla morte e al rito funebre"

“Il virus ci sta costringendo a rinunciare a due momenti che sono costitutivi della civiltà umana: l’accompagnamento alla morte e il rito funebre". A dirLo, in un'intervista all'HuffPost, è Guidalberto Bormolini, monaco e fondatore della prima scuola in Europa per l’assistenza spirituale non confessionale al fine vita nella malattia grave, a Prato.

Fino al 3 aprile, infatti, nell'ambito delle restrizioni imposte dal governo, è proibito celebrare i funerali, mentre solo a poche persone è consentito dare un ultimo saluto (laico o religioso) in cimitero. Le persone decedute finora a causa del Covid-19 sono 1266 e, per lo più, sono morte da sole in un letto d'ospedale. "La pandemia non ci nega solo il funerale, ma anche il momento prima della morte, i saluti, che sono molto importanti. L’aspetto terribile è che le persone muoiono in isolamento: non si può accompagnare il proprio caro, negli ospedali non possono entrare altre persone", conferma Bormolini che recentemente, a Brescia, ha perso suo zio e ha dovuto attendere parecchie ore prima che arrivasse il medico legale ad accertare la morte da coronavirus.

"Ho dovuto avvertire io mio padre che suo fratello era morto e la prima cosa che mi ha chiesto è stata ‘e col funerale come facciamo?’ Questo perché la socializzazione del lutto è uno strumento fondamentale che in questo momento ci viene meno”, racconta il monaco. E, anche qualora la causa della morte non sia il coronavirus, esistono delle limitazioni che impediscono ai familiari di entrare negli ospedali. "Quindi si muore da soli e si è sepolti quasi da soli. È il contrario di ciò che è sano antropologicamente”, è l'amara conclusione di Bormolini che sottolinea: "siamo privati di qualcosa che, secondo gli storici e gli antropologi, ci rende umani". Secondo il tanatologo "l’umano nasce con la cultura dei morti". Una cultura che, come sappiamo, è pre-esistente al cristianesimo e ha origini nella preistoria. Oggi, invece, in Occidente"l’occultamento del pensiero sulla morte, l’evitamento della parola morte è generalizzato", chiarisce il monaco che, in questo perioso, sta trascorrendo le giornate a consolare e confortare i medici e gli infermieri lombardi che si trovano in prima linea nella lotta contro il coronavirus. "Siamo impreparati come Paese e come cultura. Per questo è più facile che sia messo in ginocchio un Paese che ha il terrore della morte rispetto a uno che con la morte ha più dimestichezza", osserva Bormolini pensando al Medio Oriente. "Qui invece eravamo in una bolla di benessere, un sistema fortemente consumistico, dove molti valori etici erano crollati", aggiunge ribadendo che"la nostra cultura tende a evitare la morte, ma la morte resta il movente di tante scelte e tanti orientamenti”. "Dopo anni di individualismo - conclude il monaco - questo momento ci sta insegnando che l’unico modo di uscire da una crisi è il bene comune. Non lo abbiamo applicato durante la crisi economica, forse possiamo farlo adesso”.

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