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Cultura e società

L’AI è troppo eurocentrica. E Stanford ora insegna a “decolonizzarla”

Il nuovo corso parte dalla “sovranità intellettuale africana” e punta a smontare “colonialismo dei dati”, “tecnocapitalismo” e “ingiustizie epistemiche” incorporate nei sistemi di intelligenza artificiale

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Non c’è pace per l’intelligenza artificiale a Stanford. Pochi giorni dopo la bufera per la fotografia ritoccata dall’AI, con uno studente ispanico cancellato e sostituito da una donna nera inesistente, dall’università californiana arriva un’altra storia destinata ad alimentare le culture wars americane. Questa volta non si tratta di una campagna pubblicitaria, ma di un vero e proprio corso: nella primavera del 2027 gli studenti potranno imparare a “decolonizzare” l’intelligenza artificiale.

Il titolo è già piuttosto eloquente: “Decolonizing African Epistemology in the Era of AI”. Quattro crediti, Dipartimento di African and African American Studies, docente Samuel Nkansah. Nel programma ufficiale di Stanford si spiega che il corso analizzerà la “decolonizzazione dell’epistemologia africana” nell’epoca della quarta rivoluzione industriale e dell’intelligenza artificiale, interrogandosi su come le eredità coloniali continuerebbero a plasmare i sistemi di conoscenza. L’obiettivo dichiarato è recuperare una “sovranità intellettuale africana” in un’epoca dominata da “governance algoritmica, colonialismo dei dati e tecnocapitalismo”.

Non è tutto. Gli studenti saranno chiamati a “disimparare e decostruire le ingiustizie epistemiche”, smantellando pratiche, presupposti e istituzioni considerate ingiuste e costruendo “nuovi modi di conoscere e di essere”. Nel mirino finiscono anche le “epistemologie eurocentriche incorporate nei sistemi di intelligenza artificiale e nelle infrastrutture globali della conoscenza”, alle quali il corso intende contrapporre e ricentrare i sistemi di conoscenza indigeni africani.

Insomma, anche gli algoritmi rischiano di finire sul lettino della decolonizzazione. Ma l’impostazione del corso ha già attirato critiche. Interpellata da The College Fix, Lilla Kiss della National Association of Scholars - organizzazione che si occupa di libertà accademica e riforma dell’istruzione superiore - contesta innanzitutto l’utilizzo di categorie come “colonialismo dei dati” e “tecnocapitalismo” come punti di partenza. A suo avviso avere un minore accesso alla tecnologia non significa automaticamente essere “colonizzati”, né sarebbe corretto trattare l’Africa come un blocco omogeneo con problemi e condizioni comuni.

La studiosa mette in discussione soprattutto il metodo. Se il corso parte già dall’esistenza di “ingiustizie” da decostruire e di pratiche da smantellare, osserva, il rischio è che la conclusione preceda il confronto. Per la Kiss agli studenti dovrebbe essere consentito contestare quelle stesse premesse, confrontando con lo stesso rigore tradizioni intellettuali africane ed europee. Altrimenti, sostiene, l’educazione rischia di trasformarsi in istruzione ideologica.

Prima l’algoritmo che cambia razza e sesso agli studenti, ora quello da liberare dalle epistemologie eurocentriche. A Stanford l’intelligenza artificiale sembra insomma aver già superato la fase in cui doveva semplicemente funzionare: adesso deve anche superare l’esame di decolonizzazione.

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