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Cultura e società

“Quella gonna ricorda il Ku Klux Klan”. Converse si piega alla follia woke e cancella lo spot

La cantante Karina finisce al centro della polemica per una campagna pubblicitaria: sui social vedono richiami ai linciaggi e al KKK, il marchio ritira le immagini e chiede scusa

Spot Converse

Per scatenare l’ultima tempesta woke è bastata una gonna bianca. O, meglio, una gonna bianca illuminata nel modo “sbagliato”. Converse ha ritirato una campagna pubblicitaria e presentato pubblicamente le proprie scuse dopo che sui social qualcuno è riuscito a vedere nell’immagine della cantante sudcoreana Karina niente meno che il Ku Klux Klan.

La protagonista della pubblicità è la star K-pop delle Aespa, scelta dal marchio americano per promuovere le Chuck 70 X. Nello scatto Karina indossa una gonna bianca, tiene in mano un paio di sneakers nere ed è investita da un fascio di luce a forma di stella, uno dei simboli storici di Converse. Fin qui, una normale campagna di moda. Poi è entrata in funzione la lente del politicamente corretto.

Karina of K-Pop group Aespa was featured in a new Converse All-Stars ad for Asian markets. The American internet decided it was racist. The rest of the world said “stop looking at everything through racism colored glasses," "the whole world doesn't revolve around you, sheesh.” pic.twitter.com/pr3Y5G9j0M

— Libby Emmons (@libbyemmons) September 19, 2026

Alcuni utenti hanno infatti notato che la luce sulla gonna creava una forma triangolare. Da lì al cappuccio bianco del Ku Klux Klan il passo, evidentemente, è stato brevissimo. Non solo: le scarpe nere tenute dalla cantante lungo il fianco sono state interpretate da altri come le gambe penzolanti di una vittima di linciaggio. Una lettura che ha rapidamente alimentato la polemica sui social fino a trasformare una pubblicità di scarpe in un caso razziale. E l’azienda ha deciso di rimuovere l’immagine dopo le accuse ricevute online.

A quel punto è arrivato il rituale ormai immancabile: le scuse. “Ci dispiace. Comprendiamo perché questa immagine sia profondamente sconvolgente e riconosciamo di aver sbagliato”, ha dichiarato Converse. La società ha spiegato di aver eliminato lo scatto dai propri canali e di essere al lavoro per farlo sparire anche dagli altri spazi nei quali era stato pubblicato. Quindi la promessa finale: “Questo non sarebbe dovuto accadere e faremo meglio”.

Il caso, però, non è rimasto confinato alle indignazioni da social. È intervenuto anche Troy Carter, deputato democratico della Louisiana, chiedendo chiarimenti sul processo che aveva portato all’approvazione della campagna. “Chi ha creato questa campagna? Chi l’ha approvata? Quanti dirigenti l’hanno vista? C’erano persone nere nella stanza? E, se c’erano, qualcuno le ha ascoltate?”, ha domandato Carter. Il parlamentare ha poi sostenuto che il riferimento al linciaggio e al Ku Klux Klan non potesse essere trattato come una semplice scelta estetica.

Ad aggiungere benzina sul fuoco è stata poi un’altra immagine circolata sull’account malese del marchio: alcune persone salivano su una scala verso un paio di sneakers appese al ramo di un albero. Anche quella creatività è finita nel mirino di chi vi ha letto un richiamo ai linciaggi, alimentando ulteriormente le accuse contro Converse.

La vicenda, naturalmente, non stabilisce che quei riferimenti fossero intenzionali. È proprio questo il punto. Una gonna, un gioco di luci, due scarpe tenute in mano: elementi sufficienti perché la macchina dell’indignazione producesse un cappuccio del KKK, una vittima di linciaggio e infine un comunicato di pentimento aziendale.

Nel dubbio, Converse ha scelto la strada ormai più battuta dalle grandi multinazionali: cancellare, scusarsi e promettere di “fare meglio”. Perché nell’epoca della sensibilità permanente non conta soltanto ciò che un’immagine rappresenta. Conta soprattutto ciò che qualcuno - da qualche parte - riesce a vederci dentro. E se qualcuno vede il Ku Klux Klan in una gonna bianca, alla fine può essere più semplice ritirare la pubblicità che provare a spiegare che, forse, era soltanto una gonna.

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