Questa pagina si chiama «Gli altri animali» e il titolo dice già tutto: gli altri, dunque anche noi. Il direttore ci tiene molto, io più di lui. Che l’uomo sia un animale non è una scoperta. Solo che di solito lo si dice per abbassarlo, oppure per metterlo sullo stesso piano dei cani e dei cavalli, e in entrambi i casi si sbaglia. Io la penso in modo più semplice. Gli animali sono superiori a noi. Hanno più umanità, se alla parola umanità diamo il suo significato buono: la capacità di affezione, il non tradire, la voglia di vivere che sa cedere il passo ai figli. Un cane non ti lascia perché hai perso il posto o i capelli. Un gatto non ti tradisce, semmai ti ignora, che è un’altra cosa e spesso una forma di educazione. Si racconta che i lemming si gettino in mare a frotte per non togliere il futuro ai figli. Sarà una leggenda, ma dice la verità. Non ho mai visto una bestia praticare l’aborto volontario. Esiste, nel branco, una legge crudele, lo so. Ma il leone uccide per mangiare, non per il gusto di farlo, e non scrive editoriali per giustificarsi. Nulla, lì, nasce da una cattiveria gratuita. Da noi sì. L’uomo non ha inventato la ruota, ci aveva già pensato il pavone, ma il Nobel dell’egoismo se lo contendono da millenni Adamo ed Eva. Conoscendo la stirpe di quei due, vorrei riabilitare il serpente.
Non ho mai amato gli animali in generale: è un sentimento da opuscolo, comodo perché non costa niente. Ho amato certi animali, uno per uno, e soprattutto i loro occhi, dove non c’è mai una bugia, mentre nei nostri c’è quasi sempre. Ricorderò finché vivo il mio cavallo Zambo che mi mise la zampa nella mano e si fece accompagnare da me verso la fine. Non gridava, non si lamentava. Chiedeva compagnia, e gliela diedi. Dormo con i gatti, i quali, lo dico con tutto il riguardo e nel pieno rispetto delle pari opportunità, hanno qualcosa in più delle donne. Sono divagazioni, i lettori le conoscono, ho già scritto queste cose e non mi pento di nulla. Ne aggiungo una sola. Quando si vuole nobilitare l’uomo lo si chiama animale politico, che è un modo elegante per dire che è un po’ sporco; oppure animale razionale, che è una bugia bella e buona, perché chiamiamo ragione quello che nove volte su dieci è puro interesse.
Detto questo, lo confesso: non cambierei il mio essere uomo con l’essere un altro animale. Non per orgoglio di specie, che non ho. Per una ragione sola: nessun animale scrive. Prima o poi salterà fuori una scimmia che batte sui tasti o detta il suo pensiero all’intelligenza artificiale, e sarà pure brava. Ma infilare il foglio nella macchina, battere i tasti e veder accadere quella cosa strana che è la prima frase di un articolo, un miracolo, spesso pessimo, però un miracolo, questo nessuna bestia lo sa fare. Non so mai da dove arrivi, quella frase. Arriva, e il resto le va dietro come un gatto che ha deciso di seguirti. Lo faccio da una vita e non mi sono ancora abituato. E non lo baratto. Mettetemi pure la coda e le orecchie d’asino: con una testa d’asino sono certo che scriverei meglio. Ma finché posso scrivere, viva l’uomo. Un animale peggiore degli altri, che però sa raccontare gli animali meravigliosi di cui questa pagina, da oggi, parlerà.
