D’Annunzio a Vienna: un vero pacifista

Il 9 agosto è stato il 90° anniversario del volo su Vienna effettuato nel 1918 da Gabriele D’Annunzio con i piloti della squadriglia Serenissima. Da San Pelagio (Pd) a Vienna e ritorno per circa mille km con velivoli Sva 5 di legno e tela e con autonomia risicata. Un’impresa leggendaria per l’epoca, oltretutto incruenta nel mezzo di una guerra sanguinosa. Non pensa che nel 90° anniversario meriti una «menzione onorevole»? Donec ad metam!


Sappia, carissimo Colussi, che io sono un commemorialista secco. Nel senso che per me contano, per le dovute onoranze, le cifre tonde e nella fattispecie i cent’anni e i multipli dei cent’anni. Furono le vestali della Resistenza a inventarsi le commemorazioni quando capita capita e questa è una ragione di più per restare fermo nei miei propositi. Al volo su Vienna mancano dunque dieci anni per raggiungere l’età commemorativa e sono più che certo che nel 2018 pagine e pagine gli dedicheranno i quotidiani e ore e ore le televisioni. Come potrebbe essere altrimenti visto che l’impresa di D’Annunzio anticipò le menate pacifiste, i dialoghi e i confronti, i fiori nelle canne dei fucili e tutta quella roba lì? Intendiamoci: D’Annunzio ci mise del suo, fu ardito, rischiò la vita stessa per portare a compimento il beau geste. Oggi i pacifisti sono solo capaci di esporre ai balconi bandiere arcobaleno, faccenda che non comporta rischio alcuno. Oggi i pacifisti parlano, parlano, parlano, ma in quanto a fare, zero. Alla prima bomba - esplosa fra l’altro a 200 chilometri di distanza - il drappello di «scudi umani» pacifisti presenti in Irak nel marzo 2003, raccolte le loro carabattole alzarono precipitosamente i tacchi. D’Annunzio no: consapevole del doppio mortale rischio - una crociera di mille chilometri a bordo di trabiccoli di legno e tela e il fuoco della pur rudimentale ma non per questo meno letale contro aerea austriaca - i volantini invitanti al dialogo e al confronto li gettò su Vienna di propria mano. Ci avesse provato, un Pecoraroscanio.
Che poi, il volo di D’Annunzio se non altro è servitoa smentire, nei fatti, la panzana suprema del pacifismo è cioè che è sufficiente dialogare per scongiurare (o, nel nostro caso, per far cessare) un conflitto armato. Basta mostrarsi disponibili al benedetto confronto, basta professarsi contrari alla violenza perché tutto s’aggiusti. Figuriamoci. Ciò non toglie ma al contrario aggiunge merito all’impresa di D’Annunzio, dei piloti dei dieci biplani Ansaldo Sva della Serenissima e, è doveroso ricordarlo, di Ugo Ojetti, autore del testo del secondo manifestino, quello intellegibile (dell’altro, scritto da D’Annunzio, meglio tacere) dove ironia e spavalderia si sposano assai bene con lo spirito pacifista: «Viennesi! Voi avete fama di essere intelligenti? Perché volete continuare la guerra? Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola. Popolo di Vienna, pensa ai tuoi casi. Svegliati!». È in quel «pensa ai casi tuoi» che risiedeva e tuttora risiede lo spirito del pacifismo. Una versione poco poco più elegante del «tengo famiglia» che Leo Longanesi voleva fosse scritto, come motto nazionale, nel bel mezzo del Tricolore.


Paolo Granzotto
Ps: per l’occasionale lettore digiuno di latino, dirò che il «Donec ad metam» col quale Fabio Colussi chiude la sua lettera, era il motto coniato da d’Annunzio proprio per il volo su Vienna. E sta a significare, va da sé, «Fino alla meta».

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