L'unica consolazione del compiere gli anni mi deriva dal condividere la ricorrenza con il Giornale, fondato il 25 giugno 1974, cinquantadue anni fa, dal più grande di tutti noi, Indro Montanelli. Curioso: il Giornale ha l'età dei miei figli ma mi fece da padre, poiché compivo trentuno anni, ero poco più di un ragazzo, e il quotidiano di Montanelli sarebbe diventato il punto di riferimento mio e di chi, come me, non sopportava la retorica progressista di cui il Paese si era impregnato, e che presto avrebbe armato le P38 di brigatisti e affini.
Montanelli aveva deciso di lasciare il Corriere della Sera, del quale era stato per quarant'anni la firma più prestigiosa, quando Giulia Maria Crespi, la "zarina" incaricata di gestire il quotidiano, decise di spostarne la linea più a sinistra, e cioè di mettere le vele al vento del dilagante conformismo sessantottino. Il passaggio fondamentale è del 1972, con la sostituzione del direttore: licenziato Giovanni Spadolini, uomo di immensa cultura, repubblicano e conservatore, vicino alla mentalità della borghesia italiana lettrice del Corriere, e al suo posto fu insediato Piero Ottone, giornalista di indubbie capacità e altrettanto indubbiamente più affine alla moda rossa del tempo.
In un quotidiano di quella natura, un fuoriclasse come Montanelli, un liberale, anch'egli su posizioni conservatrici e anticomuniste, oltre che antifasciste, non avrebbe potuto reggere a lungo. E infatti non resse. Il Corriere fece di tutto per liberarsi del fastidio e infine se ne liberò. Per noi fu scioccante pensare al Corriere senza il suo monumentale inviato, ma come vedete, e come sentite coi polpastrelli voi che ora avete in mano il Giornale, fu un grande regalo. Ancora oggi è la bussola per chi non ci sta ad accodarsi alla dottrina, alla litania, all'enfasi progressista. Si può avere un'altra testa e si può avere un altro Giornale.
E fu lo stesso atto costitutivo del nostro quotidiano a dimostrare quanto fosse e quanto continua a essere insulsa la propaganda dei sacerdoti di sinistra, che si pretendono detentori e custodi della cultura. Quando si va a vedere chi affiancò Montanelli nell'avventura del Giornale, tremano i polsi. Il primo a seguirlo, e anzi a organizzargli la squadra, fu un altro gigante impareggiabile: Enzo Bettiza, scrittore erudito, giornalista con pratica in tutto il mondo, poliglotta. E non da meno erano gli altri, da Mario Cervi a Gianni Granzotto, da Egisto Corradi a Egidio Sterpa. Ancora più impressionante è l'elenco dei collaboratori che sin dalle prime settimane stabilirono la caratura del progetto: Guido Piovene, scrittore fra i massimi del Novecento italiano e amico di Montanelli sin dagli anni Trenta; Raymond Aron, uno dei più solidi filosofi liberali del secolo scorso, irriducibile avversario di Jean-Paul Sartre e del marxismo; Jean-François Ravel, storico e filosofo che di Aron fu uno dei più apprezzati allievi; Vittorio Dan Segre, storico e diplomatico, israeliano di origine italiana, caposaldo nel contenere la nenia filopalestinese già allora esorbitante; e poi ancora non voglio tenerla troppo lunga François Fejto, Frane Barbieri, Antonio Spinosa, Marcello Staglieno, Alain de Benoist, e chissà quanti ne sto dimenticando. E allora, com'è questa storia che a destra non c'è cultura?
Per questo dico che non si poteva non leggere il Giornale, se si trovava irrespirabile l'aria del tempo: non soltanto la guida di Montanelli garantiva saldezza, coraggio, barra dritta, ma quella formidabile lista di collaboratori garantiva intelligenza e sguardo ampio. E per questo dico che per Montanelli non si devono provare soltanto ammirazione e nostalgia, ma anche gratitudine: che cosa sarebbe stato di tutti noi senza di lui, senza il suo giornale, senza il nostro Giornale?
Gli eventi della vita mi portarono, due decenni dopo la fondazione, a prendere il posto del fondatore. Era il 1994. L'editore, Silvio Berlusconi, aveva deciso di darsi alla politica e candidarsi per evitare che gli esiti di Mani pulite l'annientamento del pentapartito aprissero la porta del governo agli ex comunisti, sconfitti dalla storia ma premiati dalla cronaca giudiziaria. Anche qui, non voglio farla troppo lunga. Se accettai di prendere il posto di Montanelli, è perché diversamente da lui non credetti che Berlusconi avrebbe limitato la mia libertà di direttore. E infatti non la limitò. Per una volta sbagliò anche Montanelli e tuttavia non per questo provo per lui un grammo in meno di devozione.
Prendere il suo posto mi riempì di orgoglio e di apprensione, ma quando ripenso a quegli anni straordinari, a quella cavalcata ben oltre le duecentomila copie, a quel Giornale che contribuì una volta di più a respingere l'ipocrisia e l'arroganza di sinistra, mi sento bene. Sento di avere fatto il mio dovere.
Sento di avere preso il posto di Montanelli ma di non averlo tradito né di averne tradito lo spirito. E oggi è per me importante essere ancora qui, al fianco di Tommaso Cerno, a parlare ancora con voi, ancora insieme dalla parte dell'Italia migliore.