Dopo la scomparsa di Roger Scruton nel 2020, la sua eredità di principale pensatore conservatore inglese contemporaneo è rimasta scoperta. L'unica figura che potrebbe raccogliere il testimone di Scruton, oltre a Niall Ferguson, è Douglas Murray. Scrittore, giornalista, opinionista televisivo, Murray ha pubblicato numerosi libri tradotti anche in Italia tra cui La Strana morte dell'Europa, Guerra all'Occidente, La Pazzia delle folle in cui si è soffermato sul declino occidentale tra gender, islamismo, woke e cancel culture.
Da pochi giorni l'editore Guerini e Associati ha dato alle stampe il suo ultimo libro intitolato Democrazie e culti della morte. Israele, Hamas e il futuro. L'edizione italiana è curata dal filosofo Corrado Ocone che si occupa da tempo di temi connessi alla crisi della nostra civiltà e ha il pregio di aver portato in Italia un libro che ci consegna una testimonianza diretta di ciò che è accaduto in Medio Oriente negli ultimi anni e del perché la guerra contro Hamas non riguarda solo Israele ma tutto l'Occidente.
Douglas Murray ha fatto ciò che avrebbero dovuto fare tutti i giornalisti che in questi anni hanno scritto della guerra a Gaza: ha trascorso varie settimane tra Israele e la Striscia per vedere con i propri occhi e ascoltare dal vivo le testimonianze di chi ha vissuto il 7 ottobre sulla propria pelle. Così, a pochi giorni dall'attacco terroristico di Hamas, Murray è volato in Medio Oriente dove ha realizzato un Wartime Diary visitando i kibbutz colpiti da Hamas, intervistando i superstiti, parlando con i feriti negli ospedali, entrando a Gaza nei varchi usati dai terroristi per compiere il loro massacro. Ne è nata prima un'inchiesta giornalistica sul campo e poi il libro che arriva ora in Italia in cui Murray non si limita a raccontare ciò che ha visto ma, grazie al suo profilo intellettuale, indaga le cause e le motivazioni che hanno spinto i terroristi islamici a compiere il massacro del 7 ottobre.
In tal senso Murray rileva come i seguaci più ortodossi dell'islam, a differenza della tradizione giudaico-cristiana, abbiano una visione della vita intesa non nella sua sacralità bensì in una sorta di "culto della morte" visto come testimonianza di fede nei confronti di Allah.
Da qui la dicotomia tra un Occidente rappresentato dalle democrazie che può considerarsi l'esempio più avanzato del "culto della vita" e il terrorismo islamico che, ancora prima del 7 ottobre con gli attentati compiuti negli ultimi anni in Europa e negli Stati Uniti, promuove al contrario il "culto della morte".
Murray si chiede come si possa sconfiggere un movimento che glorifica e venera la morte a cui si contrappone un Occidente debole che ha perduto la fiducia in se stesso e nella propria identità. Un Occidente che vive da un lato una crisi interna determinata dalle proprie élite intellettuali permeate dal relativismo e dal nichilismo e dall'altro subisce una crisi esterna portata dall'islam radicale che si saldano nel comune obiettivo della sua cancellazione.
L'attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre e le reazioni avvenute nelle società occidentali hanno colpito profondamente Murray che si trovava in quei giorni a New York dove ha assistito a una grande manifestazione avvenuta a Times Square, così come a Londra e in molte grandi città occidentali: "Centinaia di manifestanti parevano euforici. Erano lì per festeggiare i massacri. Tutto questo prima ancora che Israele rispondesse agli attacchi di Hamas. L'aperto sostegno offerto ad Hamas e alle sue azioni era esplicito e non faceva che crescere".
Così, se una parte della società occidentale ha abbracciato il "culto della morte" dei terroristi islamici dopo il 7 ottobre, la reazione della maggioranza delle persone dopo gli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni è stata quella di ignorarli sperando potessero scomparire e dimostrando una risposta inadeguata secondo cui "la tendenza è stata distogliere lo sguardo e fingere che il problema non esistesse".
Murray ha voluto vedere con i propri occhi ciò che è accaduto in Israele non solo perché ha a cuore il destino del popolo ebraico ma perché "credo che quel che ha investito Israele, quel giorno, sia una realtà che potremmo ritrovarci ad affrontare tutti molto presto, e che alcuni di noi hanno già intravisto profilarsi".
Da qui la distinzione tra bene e male che può sembrare manichea ma che nei fatti esiste e che "molti israeliani hanno guardato in faccia il male assoluto: 1200, negli ultimi secondi della loro vita. La gente ha implorato, ha supplicato, in alcuni casi ha chiesto pietà. Ma è stata uccisa comunque".
A suo giudizio "la storia di sofferenza ed eroismo del 7 ottobre, e delle sue conseguenze, non solo descrive la divisione tra bene e male, pace e guerra, ma anche tra democrazie e culti di morte" ed ecco perché vede in
Israele una nazione che si muove in controtendenza rispetto alla crisi occidentale e un esempio per reagire al "culto della morte" che vorrebbe cancellare l'esistenza oggi dello stato ebraico e domani di tutto l'Occidente.
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