A Venezia, in questi giorni, Pierre-Yves Rochon si muove dentro uno dei suoi progetti più affascinanti come un uomo che conosce bene il confine, sottile, tra conservare e trasformare. Il nuovo Danieli, Venezia, A Four Seasons Hotel, che riapre sulla Riva degli Schiavoni, è infatti l’ultima tappa di una carriera che ha fatto dell’hôtellerie di lusso un vero laboratorio di architettura, design, artigianato e, soprattutto, esperienza. Ma il Danieli è anche una sfida particolare: intervenire su uno degli alberghi più riconoscibili del mondo senza cancellarne la memoria. Rochon, francese, è uno dei grandi nomi internazionali dell’interior design applicato all’hospitality. Dai grandi alberghi ai ristoranti, da Parigi a New York, da Londra a Marrakech fino a Rabat, il suo lavoro è sempre partito da una domanda apparentemente semplice: come si fa a costruire un luogo contemporaneo senza farlo sembrare estraneo al luogo in cui si trova? Al Danieli questa domanda diventa quasi un manifesto. ”La prima volta che sono entrato è stato più di 15 anni fa, quando mi è stato chiesto di intervenire su alcune suite principali. L’architettura straordinaria, la scala, i volumi: nulla è come il Danieli”. E aggiunge una frase che racconta bene la sua idea di mestiere: “Per me, un hotel è un luogo di vita e un luogo di storia”. La sfida, dunque, non era imporre una nuova immagine, ma “far risplendere l’architettura”. Il Danieli nasce nel 1471 come residenza della famiglia Dandolo ed è uno dei grandi esempi dell’architettura gotica veneziana. Oggi l’hotel riapre dopo il restauro di Palazzo Dandolo e Palazzo Casa Nuova, mentre Palazzo Danieli Excelsior sarà completato nel 2027, portando il numero complessivo degli alloggi da 120 a 168. Rochon ha scelto di non combattere contro il tempo, ma di lavorare con il tempo. “La vera sfida è stata creare un hotel contemporaneo all’interno di un monumento storico protetto”. E proprio per questo “abbiamo scelto di assumere le regole e le caratteristiche dell’edificio come punto di partenza del progetto, anziché come un limite”. Una filosofia che si ritrova anche nei dettagli: ogni camera conserva proporzioni, luce e caratteristiche differenti, perché “ciascuna è stata progettata in relazione alla sua specificità”. È una concezione, la sua, quasi sartoriale dell’architettura. Non esiste infatti per Rochon la camera d’albergo replicata all’infinito: esiste invece una successione di ambienti nei quali il luogo deve continuare a parlare. Al Danieli, perfino la tavolozza cromatica nasce dall’osservazione della città. “La sera, la luce sulla laguna si tinge di sfumature dorate e rosate, e abbiamo portato questi colori all’interno attraverso il vetro, i tessuti e la pietra”. L’ambizione è precisa: “Quando gli ospiti arrivano, vorrei che avessero la sensazione di essere entrati a Venezia e, allo stesso tempo, di essere accolti all’interno di una vera casa veneziana”. Il risultato è un suggestivo dialogo tra passato e contemporaneità costruito soprattutto attraverso materiali, luce e artigianato. Celadon, azzurro, terracotta, ocra e rosa cipria evocano la laguna e le facciate veneziane; nell’atrio di Palazzo Dandolo tornano a splendere le dorature dipinte a mano del soffitto, mentre colonne, opere in pietra e grande scalinata sono stati restaurati. Specchi veneziani e superfici riflettenti amplificano la luce, mentre vetro di Murano, terrazzo e tessuti Rubelli su misura riaffermano il rapporto con il sapere artigianale della città. Una collezione d’arte, ispirata allo spirito del Grand Tour, completa l’atmosfera. È qui che emerge uno dei temi centrali del pensiero di Rochon: la tecnologia può migliorare un luogo, ma non deve essere lei a raccontarlo. “Abbiamo bisogno di tutti: dalle persone che ancora oggi sanno realizzare una porta a mano all’artista contemporaneo che esprime la propria visione nel presente”. E ancora, con una formula che potrebbe essere considerata una dichiarazione di poetica: “La tecnologia ci offre comfort e dovrebbe rimanere invisibile. È la mano dell’uomo, invece, a dare un’anima a un luogo”.La stessa idea Rochon l’ha sperimentata a Rabat, nella Mohammed VI Tower, dove ha lavorato per anni su un complesso di 32 mila metri quadrati. Lì ha recuperato tecniche e motivi tradizionali marocchini, come le grandi porte in bronzo e lo zellige, modificandone scala e colori e portandoli in un contesto contemporaneo. “È questo che mi interessa: prendere un savoir-faire che arriva dalle montagne e accompagnarlo verso qualcosa di nuovo, senza perderne l’identità”. È una posizione che chiarisce anche il rapporto dell’architetto con la storia. Non restaurare semplicemente, dunque, e nemmeno contrapporre il contemporaneo al passato. “Ciò che amo, in fondo, è mettere in relazione passato, futuro e arte. È l’edificio stesso a stabilire la misura”. Al Danieli “la scala rimane quella originaria, mentre le camere sono progettate per il presente”. Una parola torna continuamente nel suo racconto: equilibrio. “Mai troppo. È una questione di equilibrio. E l’equilibrio è ciò che fa sentire bene le persone”. Per capire Rochon, però, bisogna allargare lo sguardo oltre Venezia. La sua carriera è legata soprattutto alla trasformazione dell’hotel da semplice luogo di soggiorno a spazio domestico, personale, quasi intimo. “Negli anni Novanta ho iniziato a mettere in relazione l’hotel e l’abitazione”, racconta. “L’hotel ha portato nelle case nuovi sistemi di illuminazione e nuovi servizi, mentre la casa ha portato nell’hotel un modo più personale e domestico di vivere gli spazi”. Da quello scambio, osserva, è nato anche il boutique hotel e, in parte, l’hotel contemporaneo. Ancora oggi, quando disegna una camera, Rochon pensa a un appartamento: “Vorrei che l’ospite potesse entrarci e pensare: questo è un luogo in cui mi sento a casa”. È un principio che va ben oltre l’estetica. Perché il lusso, nella sua visione, non coincide necessariamente con la quantità o con la spettacolarità. “Il volume, in architettura, rappresenta il cinquanta per cento del lusso”. L’altra metà è il servizio. “Con gli anni, però, la mia definizione di lusso è diventata molto semplice: il lusso è il servizio”. E qui Rochon racconta un esempio quasi banale, ma proprio per questo illuminante: al Peninsula esiste un armadio per il servizio in camera che comunica contemporaneamente con la stanza e con il corridoio. L’ospite può lasciare il proprio abito la sera e ritrovarlo stirato la mattina. “Questo è servizio. E il servizio è lusso. Il denaro può comprare molte cose; il servizio, invece, non si compra semplicemente: bisogna progettarlo”. È questa attenzione ai codici invisibili a distinguere, nella sua concezione, il grande albergo dal semplice hotel di lusso. “Un hotel è plasmato dal luogo in cui si trova», dice. Venezia non può essere New York, e New York non può essere Venezia. Ma esistono regole che attraversano culture diverse: sequenze, proporzioni, percorsi, discrezione del servizio. Al Waldorf Astoria di New York, per esempio, ogni camera è stata concepita come una sequenza nella quale ingresso, guardaroba e bagno consentono al personale di servire l’ospite senza dover entrare nella stanza. “Sono dettagli che si imparano con l’esperienza e che appartengono alla cultura di ogni grande hotel del mondo. È il luogo a dare carattere all’hotel; sono i codici, invece, a garantirne il comfort”. Anche la Terrazza Danieli, il ristorante panoramico affacciato sulla laguna, è stata sottoposta a una trasformazione che segue la stessa logica: non una rivoluzione, ma un intervento sottile. Le tonalità pastello, gli azzurri e i riflessi dorati sostituiscono le precedenti finiture scure; gli specchi moltiplicano la luce e la vista su San Giorgio Maggiore, mentre la terrazza esterna riprende i toni terracotta della facciata storica. Il panorama, naturalmente, resta il protagonista. Rochon, del resto, sembra avere un rapporto quasi fisico con gli spazi che progetta. “Il rapporto tra architettura ed esperienza è qualcosa di molto fisico”, spiega. “Quando una stanza è progettata attraverso assi, equilibrio e simmetria, le persone si sentono calme, anche se non sanno spiegare il motivo”. È il corpo, prima ancora dell’occhio, a decretare il successo di un progetto. Ed è proprio al corpo e alle persone che pensa quando comincia un nuovo lavoro. Il prossimo sarà il Maybourne Saint-Germain a Parigi. Ma la domanda che si pone, dice, è sempre la stessa: “Si sentiranno bene? È questa la domanda che mi interessa davvero”. La bellezza viene dopo. “Se il luogo è anche bello, tanto meglio: allora le persone vorranno tornarci”. La memoria, secondo Rochon, nasce infatti da una sensazione prima ancora che da un’immagine: “Il corpo percepisce una stanza molto prima che l’occhio ne abbia compreso il perché”. Forse è anche per questo che, parlando del lusso, Rochon arriva infine a una parola apparentemente lontanissima dal lusso stesso: semplicità. “La semplicità è l’estetica del lusso e, alla fine, è il lusso stesso”. Una frase che al Danieli acquista un significato particolare. Perché dentro uno dei palazzi più sontuosi di Venezia, tra dorature, marmi, vetri, tessuti e affacci sulla laguna, il lavoro dell’architetto non consiste nell’aggiungere spettacolo, ma nel fare in modo che tutto sembri appartenere da sempre a quel luogo. La speranza di Rochon, davanti a ogni progetto, è in fondo la stessa: “Quello che spero è che il proprietario, la prima sera, chiuda la porta e si senta a casa. È questo, alla fine, ciò che le persone ricordano”. Al Danieli, quella casa è veneziana, e il grande palazzo che Rochon ha restituito alla vita sembra chiedere all’ospite proprio questo: non di ammirarlo soltanto, ma di sentirsi, per qualche ora, parte della sua storia.

Commenti
I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.