La Corea del Nord, questa notte, ha effettuato un lancio multiplo di missili balistici a corto raggio che hanno terminato il loro volo nel Mar del Giappone, al di fuori della Zona Economica Esclusiva di Tokyo.
Secondo le autorità sudcoreane e nipponiche, sono stati 10 i vettori lanciati simultaneamente in quello che, a tutti gli effetti, è un segnale minaccioso verso i Paesi della regione e gli Stati Uniti.
Pyongyang ha effettuato il lancio missilistico poche ore dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato ai giornalisti alla Casa Bianca la volontà di incontrare il leader nordcoreano Kim Jong-un entro la fine dell’anno, senza fornire ulteriori dettagli.
Dalla Corea del Nord però hanno raffreddato gli entusiasmi per un possibile riavvicinamento: in un servizio diffuso giovedì dai media statali, Kim Yo Jong – sorella di Kim Jong-un - ha affermato categoricamente di non essere a conoscenza dell’affermazione di Trump secondo cui sarebbe stato in contatto con suo fratello, definendo inoltre l’ordine impartito dal presidente statunitense all’inizio di questa settimana di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud “non degno di essere commentato”.
Traballanti tentativi Usa di riallacciare i rapporti con Pyongyang
Il presidente statunitense sembra voler riallacciare i rapporti con la Corea del Nord al punto che domenica 16 agosto aveva affermato, con un post sul social Truth, di avere “un ottimo rapporto con Kim Jong-un” al punto di “non essere contento che gli Stati Uniti abbiano, molto tempo fa, accettato di partecipare a esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Queste esercitazioni non solo sono costose, con gran parte dei costi pagati dagli Stati Uniti (come al solito!) ma inviano un segnale totalmente inappropriato e ostile a un Paese che, da quando Donald J. Trump è presidente, è sempre stato non minaccioso e rispettoso. Pertanto, dato che è troppo tardi per annullare, ho incaricato il Segretario della Guerra, Pete Hegseth, di ridurre sostanzialmente le esercitazioni militari congiunte. Anche se in qualche modo non correlato (?), di recente ho chiesto al presidente della Corea del Sud se volesse unirsi a noi nella denuclerizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran, e mi ha risposto: “No grazie!”. Grazie per l’attenzione”.
La serie di manovre militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, che si svolgono annualmente e prendono il nome di Ulchi Freedom Shield, sono però regolarmente cominciate il successivo lunedì 17 agosto.
L’esercitazione, che vede la partecipazione di circa 18mila soldati sudcoreani impegnati in diversi scenari insieme ai loro colleghi statunitensi, terminerà però venerdì 21 invece del 27 agosto, proprio per venire incontro al desiderio di Trump di ridurre la presenza statunitense in Corea del Sud.
Questa improvvisa decisione presidenziale, che sta gettando ombre tra gli alleati regionali degli Usa sulla volontà di Washington di impegnarsi per la sicurezza di quel teatro, trova giustificazione sulle recenti diatribe tra Stati Uniti e Corea del Sud sulla ripartizione dei costi per il mantenimento dei 28500 soldati statunitensi presenti nel Paese e sul loro ruolo nella sicurezza dell’intera regione.
La Corea del Nord, tecnicamente ancora in guerra con il Sud, denuncia regolarmente le esercitazioni congiunte tra Washington e Seul come preparativi per un’invasione, e la scorsa settimana Pyongyang ha lanciato un missile balistico dalla sua costa orientale verso il Mar del Giappone, pochi giorni dopo un lancio analogo di un missile balistico a corto raggio.
La Corea del Nord stavolta è in posizioni di forza
Il lancio multiplo avvenuto la scorsa notte è da leggersi come la classica risposta nordcoreana per le esercitazioni militari, con l’aggravante delle parole del presidente Trump, invece che un messaggio in risposta al desiderio presidenziale di incontrarsi con Kim Jong-un: le manovre militari sono regolarmente iniziate, con l’intera consistenza delle forze prevista, anche se decurtate temporalmente.
Siamo ancora davanti – come logica comunicativa – alla “diplomazia dei missili” nordcoreana, utilizzata per strappare accordi a migliori condizioni quando vengono utilizzati missili balistici di classe superiore, oppure semplicemente come dimostrazioni di forza e di belligeranza se utilizzati vettori a corto raggio come in quest’ultimo caso.
Il lancio di una salva di missili non è nemmeno un unicum nella recente storia nordcoreana in quanto il regime di Pyongyang ha utilizzato questa metodologia altre volte nel passato anche recente.
Quello che però andrebbe considerato è che gli Stati Uniti, questa volta, partono in posizione di svantaggio nel tentativo di riaprire un tavolo di trattativa con la Corea del Nord: Washington viene percepita come debole, impegnata in un conflitto diretto che non riesce a concludere e che la sta dissanguando (l’Iran) e in uno indiretto che ha quasi del tutto scaricato sulle spalle dei suoi alleati (l’Ucraina). Inoltre, le recenti prese di posizione della Casa Bianca sulla Groenlandia, e sul rapporto con l’Europa in generale, danno la percezione di un Paese inaffidabile, che si sta allontanando dai suoi alleati storici per perseguire i propri interessi egoistici.
Pertanto, se durante il primo mandato trumpiano agli Usa era bastato alzare l’asticella dello scontro con la Corea del Nord, inviando bombardieri, sottomarini e gruppi di portaerei intorno alla penisola coreana, per portare al tavolo delle trattative Pyongyang – poi fallite comunque dopo lo storico vertice di Singapore del 2018 – questa volta non sarà sufficiente, e il messaggio nordcoreano di queste ore è stato abbastanza chiaro.
