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Difesa

Dai top gun ai “pipistrelli fantasma”: ecco come cambia la guerra nei cieli

La guerra del futuro nei cieli sarà sempre più affidata a velivoli a guida autonoma. C’è però chi rassicura: “l’uomo nella cabina di pilotaggio non verrà sostituito”

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Se mai Top Gun, la fortunata serie di film giunta al secondo capitolo, dovesse raggiungere il terzo atto il suo protagonista potrebbe essere un drone. La considerazione nasce dalle evoluzioni dell’industria di jet militari presentate lo scorso mese al Farnborough International Airshow, in Inghilterra. A farla da padroni in quello che è definito uno dei più importanti appuntamenti per quanto riguarda la filiera dell’aerospazio sono stati i velivoli senza pilota “collaborativi”, in grado cioè di operare al fianco di caccia convenzionali o di pattugliare i cieli in modo indipendente.

Ghost Bat, Ravenstorm, Valkyrie e Fury. Questi sono solo alcuni dei nomi dei droni “collaborativi”, più grandi e costosi di quelli entrati in azione nell’attuale conflitto in Medio Oriente. Una nuova generazione di velivoli che, si legge in un approfondimento del Financial Times sul tema, mostra come i rapidi progressi recenti nella tecnologia del volo autonomo stiano cambiando il modo in cui verranno combattute le future battaglie aeree. Per non parlare di come verranno spesi decine di miliardi di dollari dei bilanci governativi destinati alla difesa.

In un futuro per nulla lontano, sarà dunque possibile immaginare che i nuovi caccia senza pilota non solo affiancheranno i caccia guidati da personale militare ma anche che potrebbero fare da “sentinella” pattugliando costantemente i cieli alla ricerca di minacce in arrivo.

Il pilota, spiegano gli addetti ai lavori, diventerà sempre più un comandante di missione. Holger Neumann, capo dell’aeronautica militare tedesca, ha affermato che l’essere umano nella cabina di pilotaggio non verrà comunque sostituito. “Le macchine sono superiori a noi quanto si tratta di confrontare grandi quantità di dati”, ha detto Neumann, “ma l’intuizione, la capacità di gestire le situazioni critiche e di capire quando intensificare gli sforzi o ridurli sono qualità profondamente umane”. Il militare ha anche ricordato che oltretutto l’uomo è in grado di prendere decisioni “relativamente in anticipo (...) quando i collegamenti satellitari o altri canali di comunicazione vengono interrotti”.

Ad evolversi, ovviamente, sono anche i caccia. I jet in fase di sviluppo, previsti entrare in servizio alla metà del prossimo decennio, integreranno intelligenza artificiale, capacità di elaborazione dati e tecnologia stealth. Ovviamente senza sacrificare la loro velocità, manovrabilità e potenza di fuoco. E i costi lieviteranno. Ad esempio, ogni Boeing F-47 (un caccia di sesta generazione) potrebbe costare tra i 200 e i 300 milioni di dollari, una cifra pari a circa due o tre volte il prezzo di un F-35 Lightning, al momento uno dei caccia più avanzati al mondo, escludendo i costi di ricerca, collaudo e manutenzione.

I notevoli costi dei nuovi jet potrebbero essere alla portata solo di Stati Uniti e Cina. Per questo motivo alcuni Paesi continueranno, in parallelo agli investimenti sui droni, ad utilizzare i jet di quarta o quinta generazione attualmente in uso, come l’Eurofighter Typhoon, mentre altri formeranno alleanze, come il Global Combat Air Programme (GCAP) che riunisce aziende del Regno Unito, dell’Italia e del Giappone per sviluppare un sostituto degli attuali aerei da combattimento e ridurre la dipendenza dall’F-35 statunitense.

Ciò significa, sottolinea il Financial Times, che i governi sono oggi chiamati a prendere impegni che potrebbero ridisegnare o rafforzare le alleanze politiche per decenni. Éric Trappier, amministratore delegato della francese Dassault Aviation ha di recente dichiarato che dobbiamo “andare avanti ora”. E pur riconoscendo che è difficile prevedere come sarà la guerra tra 30 o 40 anni, Trappier ha precisato che “se ci poniamo questa domanda, non faremo nulla, e se non faremo nulla, dovremo semplicemente subire gli sviluppi statunitensi”.

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