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Difesa

L’arsenale Usa si svuota e Trump corre ai ripari: ora Russia e Cina possono approfittarne

La guerra con l’Iran ha prosciugato le scorte americane. Il Pentagono accelera la produzione, mentre Mosca e Pechino osservano le nuove vulnerabilità di Washington

Il lancio del "nuovo" missile Usa concepito per provocare la Russia

Il ministero della Difesa statunitense ribattezzato, non a caso, della Guerra, corre ai ripari. Troppe le indiscrezioni apparse su vari media circa le gravi carenze di munizioni nell’arsenale della superpotenza che hanno provocato l’ira del presidente Trump. Il tycoon, frustrato per un accordo con l’Iran che tarda a materializzarsi nonostante i roboanti annunci in senso contrario (quasi sempre da parte di Washington), non può sfoderare la carta militare, come pure vorrebbe, per piegare la volontà del regime degli ayatollah. E l’ira di The Donald comincia a travolgere i suoi più stretti consiglieri. In primis, il capo della Difesa Pete Hegseth rimproverato in un recente vertice a Camp David per non aver esposto con chiarezza e per tempo le criticità della forza militare a stelle e strisce.

Un Warp Speed militare

Ecco dunque che, come rivela in queste ore il Washington Post, il Pentagono si appella alle industrie della difesa americana per chiedere loro di accelerare rapidamente la produzione e la consegna di armi, incluse le munizioni che scarseggiano dopo oltre cinque mesi di conflitto con l’Iran. La richiesta del dipartimento della Guerra è contenuta in un documento redatto dal vice segretario Steve Feinberg (lo stesso a cui, secondo un precedente scoop del quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, Hegseth avrebbe addossato la responsabilità di non aver informato a fondo il commander in chief sulla carenza delle scorte).

Nel memo visionato dal Washington Post Feinberg chiede alle aziende del complesso militare-industriale di presentare entro massimo 21 giorni piani “per accelerare significativamente i tempi di consegna e/o aumentare la produzione di capacità critiche”. “Cicli di sviluppo che durano anni non sono accettabili”, si legge nel documento che sembra quasi voler ripetere in campo militare l’operazione Warp Speed che portò, al tempo della pandemia e del primo mandato Trump, alla produzione in tempi record del vaccino anti-Covid.

L’iniziativa del numero due del Pentagono arriva a pochi giorni dalla convocazione alla Casa Bianca, a fine luglio, di diverse aziende del settore della difesa, tra queste Lockheed Martin, Northrop Grumman e Boeing, e di start up della Silicon Valley. Presente all’incontro anche la potente società di analisi dati Palantir. Ai partecipanti al summit sarebbe stato chiesto di fare pressioni sui legislatori per aumentare le spese per la difesa. Gli accordi quadro firmati dal Pentagono e i partner del settore militare, per diventare definitivi, dipendono infatti dai finanziamenti del Congresso.

Il calo delle scorte, negato ufficialmente da Trump ma allo stesso tempo attribuito dal commander in chief al suo predecessore Joe Biden e al suo forte sostegno all’Ucraina, preoccupa gli strateghi militari e i decisori politici. Solo per citare alcuni numeri, secondo una recente analisi del Center for Strategic and International Studies, il numero di missili intercettori Patriot è passato dalle 2200 unità prima della guerra a meno di 827 unità mentre quello dei missili THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) è sceso da 452 a meno di 278 unità.

Russia e Cina potrebbero non restare a guardare

Il calo delle scorte Usa non sfugge alle attenzioni dei nemici di Washington che compulsano dati pubblici e informazioni catturate dai loro satelliti e da altri sistemi di sorveglianza. In parallelo a quanto riportato dal Washington Post, alti funzionari del New York Times hanno infatti confermato che la guerra di Trump contro l’Iran ha ridotto le scorte di armi statunitensi a livelli preoccupanti sottraendo rifornimenti all’Asia e all’Europa e, secondo gli esperti, il depauperamento dell’arsenale degli States nei due teatri strategici non solo rende le forze armate americane meno equipaggiate, ma potrebbe anche incoraggiare iniziative ostili da parte di Russia e Cina.

La campagna contro Teheran ha costretto il Pentagono a spostare in grande fretta navi, aerei e unità di difesa aerea dal Vecchio Continente e dall’Asia verso il Medio Oriente producendo un’erosione della potenza di fuoco statunitense in entrambe le regioni con implicazioni a lungo temine che destano preoccupazioni nelle comunità militari e di intelligence. L’esperto Tom Karako ha affermato che l’esaurimento delle munizioni rappresenta un “annientamento generazionale dei mezzi di deterrenza convenzionale” con un impatto sui processi decisionali di Mosca e Pechino destinato a permanere a lungo. Le due potenze rivali degli Stati Uniti, spiega Karako, “potrebbero fare qualcosa di molto deliberato e nel momento che riterranno opportuno” avendo ben in mente che saranno necessari anni per ricostituire l’arsenale a stelle e strisce.

Nonostante le smentite ufficiali, stando a quanto riportato dal New York Times, Trump in privato ha confidato ai suoi consiglieri che qualsiasi discussione sulla crisi delle munizioni è vista come un segno di debolezza dai nemici del Paese e ha ordinato una massiccia indagine interna per trovare gli autori delle fughe di notizie.

Mentre l’impatto più immediato del calo delle scorte si sta facendo sentire in Ucraina - mercoledì scorso Kiev non è riuscita ad intercettare nessuno dei 28 missili lanciati da Mosca - l’impatto maggiore a lungo termine potrebbe registrarsi in Asia. Il Comando Indo-Pacifico delle forze armate Usa è diventato una delle principali fonti di armamenti per la guerra contro l’Iran e le truppe degli Stati Uniti in Corea del Sud sarebbero più vulnerabili in caso di un conflitto con la Corea del Nord. Per non parlare poi del varco aperto nella difesa di un alleato strategico come Taiwan, sempre più nel mirino della Repubblica Popolare cinese.

A prendere nota delle vulnerabilità di Washington sono anche i suoi storici alleati che adesso potrebbero intraprendere sentieri tanto inediti quanto pericolosi. Seul e Tokyo, ritenendo di non poter più contare come un tempo sulla protezione degli americani, potrebbero decidere di dotarsi di armi nucleari con conseguenze sulla proliferazione di armi di distruzione di massa nella regione. Passando invece al fronte mediorientale, lo sgretolamento dell’ombrello Usa, non solo in termini di arsenale, potrebbe essere uno dei motivi che hanno spinto questa settimana Arabia Saudita, Pakistan e Turchia a siglare un’alleanza difensiva in stile Nato a cui potrebbe presto aggiungersi l’Egitto.

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