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Difesa

La Turchia svela i piani: Nato sunnita con l’Egitto

L’accordo vincola i paesi firmatari alla difesa reciproca in caso uno di loro sia attaccato da un paese terzo, una clausola molto simile all’articolo 5 della Nato

Arabia Saudita, sventato attentato a La Mecca

Il patto della Mecca, ovvero l’alleanza militare difensiva di tre paesi sunniti (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan), è stato siglato da appena due giorni e già si parla di possibili nuovi ingressi. Ad aprire il campo delle ipotesi è il ministro della Difesa turco Hakan Fidan in un’intervista all’agenzia di stampa statale Anadolu: «L’Egitto è già il nostro partner naturale su tutte le questioni. Penso che nella prossima fase, sarà anche con noi nell’alleanza».

L’accordo vincola i paesi firmatari alla difesa reciproca in caso uno di loro sia attaccato da un paese terzo, una clausola molto simile all’articolo 5 della Nato. Fidan ha dichiarato che il presidente turco Erdogan auspica che «questa iniziativa non rimanga limitata ai tre Stati fondatori, ma cresca e, se necessario, includa altri Paesi». Ma il capo della diplomazia di Ankara non ha specificato né le modalità per nuovi ingressi né quali siano gli altri stati interessati.La certezza è che l’alleanza già adesso dispone di un potenziale geopolitico importante: l’arsenale nucleare del Pakistan, i capitali e le ambizioni nucleari dell’Arabia Saudita, l’esercito e gli armamenti di un paese Nato come la Turchia. Se l’Egitto diventasse il quarto membro, l’alleanza estenderebbe la sua influenza (e quindi il controllo) anche sullo strategico canale di Suez.Anche se le parti ribadiscono la natura pienamente difensiva dell’accordo, l’impressione è che l’alleanza sia volta a contenere non solo le minacce dell’Iran, ma soprattutto la bellicosità di Israele. Una conferma in tal senso arriva dal ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif secondo il quale lo stato ebraico rappresenta al momento «una minaccia per tutto il mondo musulmano» contro la quale serve tra i musulmani «un fronte militare unito». Senz’altro Islamabad può usare come leva negoziale, oltre al suo arsenale nucleare, anche gli stretti legami con la Cina e vari paesi occidentali e il ruolo da mediatore rivestito nei negoziati tra Iran e Stati Uniti. Ma Asif parla anche delle elezioni di ottobre in Israele. «Non importa chi va al potere a Gerusalemme: che diventi premier magari Naftali Bennet o qualcun altro, le differenze saranno solo marginali, poiché la loro attitudine contro i Palestinesi e la loro mentalità anti-islamica non sparirà» ha detto, sottolineando che l’obiettivo di Tel Aviv resta «mettere i Paesi musulmani l’uno contro l’altro».

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