«Se parliamo di droni c’è del fondamento nelle minacce di guerra ibrida russa- conferma un alto ufficiale al Giornale -. Le violazioni dello spazio aereo Ue sono raddoppiate rispetto al 2025. L’obiettivo è dividere la Nato in Europa. Vogliono dimostrare che non siamo capaci di difenderci». Al momento siamo in grado di difenderci dai droni russi? Se un velivolo senza pilota sorvolasse Fiumicino esiste già un meccanismo di controllo in grado di localizzare il comando remoto, a patto che operi a breve distanza. In caso di minaccia a lungo raggio il protocollo prevede l’abbattimento. La prima linea di difesa sono i caccia intercettori, dagli Eurofighter Typhon agli F 35 dell’Aeronautica, ma piccoli droni, anche esplosivi, possono «bucare» lo spazio aereo o decollare in prossimità delle infrastrutture critiche. Crosetto punta a «una strategia unificata contro la guerra ibrida dei droni: una catena di condivisione delle informazioni moderna e tempestiva fra Difesa, Interno ed Enac».
Le navi della Marina sono in grado di garantire una «difesa avanzata» con nuovi radar, i missili Aster e i cannoni Oto Melara, che nel Mar Rosso hanno abbattuto i droni degli Houti. Le unità lanciamissili multiruolo, come Caio Duilio e Bergamini, assicurano una cupola di sicurezza e avvistamento, che arriva fino a 120 km.
Il 21 maggio 2025 il generale Luciano Portolano, Capo di stato maggiore, lanciava l’allarme: «Esistono dei sistemi di difesa aerea, ma non abbiamo un sistema di copertura totale, sia sulla parte nazionale, ma soprattutto se andiamo a guardare in maniera più estesa l’area di responsabilità della Nato, con riferimento ai Paesi del fianco Sud dell’alleanza». E poi sottolineava che «abbiamo avviato l’approvvigionamento di ulteriori Aster 15, Aster 30, Aster 30 B1 NT», missili.
