Cresce l’ansia in Europa per le operazioni russe lungo i confini della Nato. Le fonti della Cia che hanno parlato con diplomatici dei Paesi baltici gettano un’ombra anche sui Paesi lontani dalla nuova Cortina di ferro che si è estesa a Est, in particolare Italia, Francia e Spagna. L’incubo riguarda soprattutto il possibile lancio di droni Gerbera da navi della flotta ombra russa. La minaccia, che si inserisce nell’escalation ibrida di Mosca, è particolarmente insidiosa, perché difendersi da droni economici è complesso e, soprattutto, molto costoso.
Il nodo dei costi
Il problema principale quando si ha a che fare con droni come i Gerbera o vettori simili è il costo. Il drone ha un costo di produzione che non supera i 10mila dollari e rappresenta una doppia insidia per ogni sistema di difesa. Il Gerbera è nato proprio come drone destinato a mandare in saturazione i sistemi di difesa aerea, ma le nuove configurazioni con testate esplosive fino a 10 kg rappresentano un problema ulteriore, perché costringono le difese ad abbatterlo proprio nel dubbio che possa esserci una testata pericolosa a bordo.
Il problema principale, quando si pensa ai droni, è quindi il rapporto tra i costi. Se un Gerbera o uno Shahed costano tra i 10mila e i 50mila dollari, ma per abbatterli si utilizza un sistema Patriot con intercettori che costano tra i 4 e i 5 milioni di dollari, il rapporto può superare le 250 volte, una sproporzione che per le difese europee diventa insostenibile. Un’asimmetria che Stati Uniti e Paesi del Golfo hanno già sperimentato durante la guerra in Iran, quando i droni kamikaze dei Pasdaran costringevano i Paesi vicini a consumare costosi sistemi intercettori.
Lo stesso squilibrio riguarda direttamente anche l’Italia. Il sistema SAMP/T in dotazione all’Esercito utilizza missili Aster 30, il cui costo unitario viene stimato in oltre intono a 2 milioni di euro: impiegarne uno contro un Gerbera da circa 10mila dollari significherebbe utilizzare un intercettore che vale grossomodo 150 volte il bersaglio.
La lezione ucraina
Il conflitto in Ucraina ha rappresentato un importante laboratorio per le difese della Nato, in particolare per quanto riguarda il contenimento della minaccia dei droni. Secondo le stime, tra il 2025 e il 2026 sul territorio ucraino sono piovuti decine di migliaia di droni. L’anno scorso, secondo le stime di fonti di Kiev, almeno 54mila vettori simili agli Shahed e ai Gerbera hanno colpito il Paese, mentre questa cifra è già stata raggiunta nell’anno in corso e si prevede che possa superare i 70mila entro dicembre.
In questo contesto Kiev ha dovuto sviluppare uno scudo diverso da quello più strettamente missilistico, basato su Patriot, SAMP/T e S-300, per limitare una spesa che sarebbe impossibile sostenere nel lungo periodo. Per questo, in breve tempo, ha sviluppato una difesa fondata su cannoni, guerra elettronica e soprattutto droni intercettori.
Come spiegato da Reuters, negli ultimi anni Kiev è stata in grado di sviluppare droni intercettori con costi piuttosto bassi, circa 2mila dollari, gli SkyFall P1-SUN possono addirittura arrivare a circa mille dollari, ma lo strumento è ancora relativamente acerbo, in particolare di fronte alle nuove versioni di droni con propulsione a getto che la Russia sta lanciando e che, in molti casi, vengono pilotati da remoto. Contro le nuove varianti a propulsione a getto, però, il tasso d’intercettazione ucraino è sceso intorno al 60%, contro circa il 90% raggiunto in precedenza contro i modelli più lenti
Uno scudo difficile da comporre
L’esperienza ucraina indica alla Nato come, per frenare una minaccia come quella rappresentata dai droni economici, sia necessario un sistema stratificato, composto non soltanto da missili e droni intercettori, ma anche da altre tipologie di armi. È il caso, ad esempio, dei cannoni antiaerei da 35 mm, come quelli del sistema Skynex, che fanno detonare i proiettili in prossimità del punto di passaggio del drone, colpendolo con una nube di sub-proiettili.
Un altro armamento che potrebbe garantire una certa efficacia senza costi eccessivi è rappresentato dalle mitragliatrici. Kiev ha creato gruppi mobili anti-drone equipaggiati con mitragliatrici pesanti e cannoncini. A questi si aggiungono armamenti sperimentali, come i sistemi a microonde, tra cui il britannico RFDEW, con un costo per ingaggio estremamente ridotto, e i sistemi laser, come il DragonFire.
Esistono poi droni intercettori che, per contenere ulteriormente i costi, utilizzano sistemi riutilizzabili. È il caso del Coyote Block 3NK, progettato per raggiungere lo sciame, neutralizzare i bersagli utilizzando sistemi che non prevedono necessariamente l’impatto diretto e quindi rientrare nel punto di lancio.
