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Difesa

Ecco il piano dell’Italia per difendersi dall’attacco: il documento Nato che svela la strategia

Il nostro Paese ha strutture pronte ad attivarsi in caso di emergenza militare. Il “2026 Resilience Baseline Requirements” dell’Alleanza atlantica è una traccia utile a collegarle e renderle parte della stessa architettura

Militari documento Nato

La domanda può sembrare brutale. Ma ormai è scritta nei documenti: se domani un attacco russo coinvolgesse il territorio italiano, che cosa accadrebbe? Non significa domandarsi soltanto quanti caccia riusciremmo a far decollare, quali missili potremmo intercettare o quali basi militari sarebbero difese. Significa qualcosa di molto più concreto. Se venisse colpita una centrale elettrica, chi garantirebbe energia agli ospedali? Se saltassero le comunicazioni, come verrebbe avvertita la popolazione? Se migliaia di persone dovessero abbandonare una zona, dove andrebbero? E se i feriti fossero migliaia? Dal 15 settembre queste domande hanno un documento alle spalle. Si chiama «2026 Resilience Baseline Requirements» ed è il nuovo quadro con cui la NATO indica le capacità di resilienza richieste ai Paesi alleati. Lo scenario contempla anche un attacco armato contro cittadini e infrastrutture critiche. Prepararsi significa saper evacuare la popolazione dalle aree di crisi e di conflitto, anche mentre sulle stesse strade devono muoversi le forze militari. Significa poter affrontare vittime di massa, conoscere la capacità degli ospedali, disporre di medicinali, apparecchiature sanitarie e sangue. Significa garantire acqua, cibo ed energia, mantenere comunicazioni e trasporti e possedere sistemi capaci di allertare la popolazione.

Sono requisiti che raccontano la guerra vista dall’altra parte del missile.E l’Italia? Una macchina esiste. C’è un Piano nazionale di difesa civile. Le prefetture hanno pianificazioni territoriali. Esistono strutture operative e nuclei NBCR dei Vigili del fuoco per affrontare emergenze nucleari, biologiche, chimiche e radiologiche. Esistono esercitazioni. E nel luglio scorso il Viminale ha concluso un tavolo interministeriale per adeguare la governance della difesa civile all’evoluzione degli scenari di rischio. Dunque la questione non è stabilire con una sentenza se l’Italia sia pronta oppure no. È capire a che cosa sia pronta e quanto questa preparazione sia stata provata nelle condizioni che oggi la NATO chiede di contemplare.Perché esiste una differenza tra preparare gli apparati e preparare un Paese.L’Italia dispone, per esempio, di IT-alert, il sistema capace di raggiungere i telefoni presenti in una determinata area. Esiste un Piano nazionale per le emergenze radiologiche e nucleari. Esistono procedure, sale operative, catene di comando. Ma nelle fonti pubbliche consultate non emerge un unico piano nazionale destinato direttamente ai cittadini che spieghi cosa accadrebbe in caso di conflitto armato: quando evacuare, quando restare al chiuso, dove dirigersi, come comportarsi durante un blackout prolungato, cosa accadrebbe a scuole, ospedali, anziani e persone fragili. È la distinzione che emerge anche dalla documentazione raccolta: l’esistenza degli apparati non coincide automaticamente con la preparazione della popolazione.

Ed è qui che il documento NATO del 15 settembre può diventare, per l’Italia, non un certificato di insufficienza ma una traccia di lavoro. Perché il Paese non parte da zero. Ha una struttura di difesa civile, una Protezione civile sperimentata nelle emergenze, prefetture, Vigili del fuoco, Forze armate, strutture sanitarie, sistemi di allertamento e una macchina dello Stato abituata a misurarsi con situazioni estreme. Ora si tratta di mettere insieme questi pezzi e portarli dentro il tempo nuovo indicato dalla NATO. Significa verificare i piani, provarli, aggiornare le scorte, rendere resilienti ospedali, energia, acqua, trasporti e comunicazioni. E significa aggiungere alla preparazione degli apparati quella dei cittadini: spiegare prima, e non durante l’emergenza, cosa fare, dove andare, come comportarsi. È forse questa la vera novità. La sicurezza nazionale non finisce più al cancello di una caserma e non si misura soltanto contando aerei, missili e soldati. Comincia dalla capacità di un Paese di continuare a vivere mentre viene colpito. L’Italia possiede già molti degli strumenti necessari. Il nuovo standard NATO offre adesso l’occasione per collegarli, testarli e renderli parte di una stessa architettura. Perché prepararsi non significa aspettarsi la guerra. Significa fare in modo che la minaccia della guerra trovi davanti a sé non soltanto un esercito capace di difendere il Paese, ma un Paese capace di difendere se stesso.

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