La competizione navale tra Stati Uniti e Cina si sposta verso una dimensione sempre più multidominio. Il problema per Washington non sarebbe soltanto proteggere le proprie portaerei dalla crescente capacità cinese di interdizione marittima, ma costruire una postura in grado di mettere a rischio le grandi unità della Marina dell’Esercito popolare di liberazione.
È la linea analizzata dal Center for Strategic and International Studies nel rapporto Flipping the Script: How to Hold China’s New Carriers at Risk, pubblicato il 3 agosto 2026. Il documento non costituisce un piano operativo adottato dal governo americano, ma delinea un possibile modello di contrasto basato sulla combinazione di forze subacquee, fuoco di precisione terrestre, aviazione, sistemi spaziali, guerra elettronica, cyber e piattaforme autonome.
La finalità è costruire una capacità di interdizione distribuita capace di aumentare il rischio operativo per i gruppi portaerei cinesi lungo le principali direttrici del Pacifico occidentale. La logica è quella della cost imposition: non necessariamente ingaggiare ogni unità, ma rendere progressivamente più oneroso e complesso il suo impiego.
Cosa sappiamo
La Marina cinese dispone di tre portaerei operative: Liaoning, Shandong e Fujian. Quest’ultima rappresenta il passaggio più avanzato della componente aeronavale cinese. Il suo ponte di volo è completamente piatto e l’unità dispone di catapulte elettromagnetiche, una configurazione destinata ad aumentare la capacità di generare sortite e a impiegare una gamma più ampia di aeromobili imbarcati.
Il rapporto annuale 2025 del Dipartimento della Difesa statunitense indica inoltre l’obiettivo cinese di arrivare a nove portaerei entro il 2035. L’espansione quantitativa procede insieme all’ampliamento della profondità operativa della flotta, con attività sempre più frequenti oltre la prima catena insulare.
Secondo un’analisi pubblicata nel febbraio 2026, Liaoning e Shandong hanno operato oltre la prima catena insulare per 58 giorni nel 2025, contro i 32 del 2024. Le due unità avrebbero inoltre generato circa 1.680 sortite di caccia ed elicotteri nel Pacifico occidentale, rispetto alle circa 1.240 dell’anno precedente.
Una formazione portaerei, tuttavia, non è una piattaforma isolata. La sua capacità di combattimento dipende da una complessa architettura di scorte, difesa antiaerea e antimissile, guerra antisommergibile, rifornimento, sorveglianza, comunicazioni e supporto logistico.
Per questo il documento individua nella dipendenza dalla rete di supporto una possibile vulnerabilità operativa. Interferire con la catena che consente al gruppo navale di mantenere la propria libertà di manovra potrebbe avere effetti sull’intera formazione, senza necessariamente concentrare l’azione sulla portaerei.
Una cintura di interdizione nel Pacifico
Il dominio subacqueo costituisce uno dei pilastri della proposta. Il modello prevede l’impiego combinato di sottomarini d’attacco statunitensi, piattaforme convenzionali degli alleati e veicoli subacquei senza equipaggio.
L’obiettivo è creare un ambiente subacqueo persistentemente contestato lungo le direttrici di accesso dei gruppi portaerei. Una simile postura costringerebbe la Marina cinese a incrementare la componente di scorta e le capacità di guerra antisommergibile, destinando ulteriori risorse alla protezione delle proprie formazioni.
Alla minaccia subacquea verrebbe sovrapposta una rete di fuoco terrestre. Batterie statunitensi e alleate dotate di missili antinave potrebbero contribuire a negare o condizionare l’accesso a specifiche aree marittime lungo la prima catena insulare, dal Giappone alle Filippine.
Il presupposto è una solida architettura ISR. Satelliti, velivoli, sensori navali e sistemi terrestri dovrebbero garantire l’acquisizione e il tracciamento degli obiettivi, alimentando la catena di ingaggio dei sistemi d’arma.
La componente aerea completerebbe il dispositivo. Missili antinave lanciati da piattaforme aeree potrebbero essere impiegati in coordinamento con dati provenienti da sensori spaziali e altre fonti ISR.
La dimensione cinetica sarebbe affiancata da guerra elettronica e cyber. La finalità sarebbe degradare la capacità di comando e controllo, disturbare le comunicazioni e aumentare l’incertezza nella gestione tattica delle formazioni navali.
Il dispositivo comprenderebbe infine sistemi di superficie senza equipaggio. Droni navali e altre piattaforme autonome potrebbero essere impiegati per sorveglianza, interdizione e attacco contro unità o infrastrutture portuali. Il loro sviluppo viene collegato anche alle esperienze maturate nel Mar Nero.
Il fronte industriale
Secondo gli analisti una postura di questo tipo richiederebbe una trasformazione della struttura di forza americana. Il rapporto ipotizza una flotta composta da circa 300 unità con equipaggio e altrettanti sistemi navali senza equipaggio.
L’obiettivo sarebbe aumentare la massa disponibile nei domini di sorveglianza e interdizione, riducendo al tempo stesso la dipendenza dalle sole piattaforme tradizionali. Veicoli subacquei autonomi, sistemi di superficie senza equipaggio e altre capacità robotiche assumerebbero un ruolo crescente nella raccolta di informazioni e nella conduzione delle operazioni.
Il principale vincolo individuato è però la capacità industriale. Una strategia fondata sulla pressione continua richiederebbe un’elevata disponibilità di sottomarini, missili, siluri e sistemi autonomi. La sostenibilità dello sforzo diventerebbe quindi parte integrante della pianificazione strategica.
Particolare attenzione viene dedicata alla componente subacquea nucleare. La capacità dei cantieri statunitensi di produrre un numero sufficiente di sottomarini d’attacco per mantenere una presenza costante nelle aree di possibile transito dei gruppi portaerei rappresenta uno dei nodi indicati dallo studio.
La risposta proposta passa anche attraverso gli alleati. Più sistemi autonomi, maggiore disponibilità di basi nell’Indo-Pacifico e una produzione distribuita di munizionamento guidato potrebbero aumentare la profondità logistica del dispositivo.
In uno scenario di conflitto prolungato, la capacità di reintegrare rapidamente le scorte assumerebbe un peso comparabile a quello delle piattaforme. Missili antinave, intercettori e munizionamento di precisione diventerebbero infatti elementi di una campagna di attrito e interdizione su scala regionale.
Il confronto navale, quindi, non si limiterebbe allo scontro tra portaerei. Il centro di gravità operativo sarebbe costituito dalla rete che consente alle grandi unità di acquisire informazioni, mantenere la consapevolezza della situazione, ricevere ordini, difendersi e rimanere rifornite.
La proposta analizzata dal think tank statunitense mira proprio a intervenire su questa architettura. La portaerei rimarrebbe un assetto strategico ad alto valore, ma la sua libertà di manovra verrebbe condizionata dalla capacità dell’avversario di sovrapporre minacce subacquee, terrestri, aeree, spaziali, cibernetiche ed elettroniche.