Le eco-follie Ridurre le emissioni di CO2? Impossibile

Per un attimo facciamo finta che l'attuale riscaldamento globale sia causato dalle emissioni antropiche di CO2. (Sappiamo che non è così e che l'isteria si è diffusa fidandosi di modelli matematici che sono sonoramente sbagliati, al limite della frode scientifica). Ma per un attimo, giusto per il gusto, facciamo finta che l'uomo sia responsabile dell'aumento, negli ultimi 150 anni, di 0.7 gradi della temperatura del pianeta. (Qualunque cosa «temperatura del pianeta» significa, ammesso che significhi qualcosa). Assumiamo pure che, avendo immesso in atmosfera CO2 fino a portarla a livelli 1,2 volte quelli preindustriali, staremmo per raggiungere un catastrofico «punto di non ritorno». (Il che sicuramente non è, poiché la concentrazione di CO2 è già stata in passato anche 25 volte quella odierna, senza che alcun «punto di non ritorno» si sia mai raggiunto). Proponiamoci, allora, di mantenere costante la concentrazione atmosferica di CO2. (Il che è impossibile, perché anche se l'uomo non esistesse sul pianeta la CO2 varierebbe per altre ragioni, come - abbiamo già detto - avvenne in passato, tanto che potremmo dire, senza timore di essere smentiti, che la concentrazione di CO2 in atmosfera non è mai stata bassa come oggigiorno). Bene, supponiamo quindi che tutti questi periodi ipotetici del terzo tipo siano invece categoriche affermazioni: cosa mai potremmo fare?
Dire che dobbiamo ridurre le emissioni, come recentemente mi ha pubblicamente ribadito un giovane, inesperto e ideologizzato ricercatore del Politecnico di Milano, è troppo generico. Se si vuole giocare a fare gli scienziati bisogna dire di quanto. Se si dice del 10% - che è una colossale riduzione, ambita da 10 anni e non raggiunta (per la semplice ragione che in questi 10 anni le emissioni sono invece aumentate) - non è difficile calcolare che il presunto "punto di non ritorno che distruggerà l'umanità fra tot anni" occorrerebbe dopo tot+2 anni. Tutti sono d'accordo su questo, eppure tutti (ma non Obama, che se ne guarda bene) hanno approvato le riduzioni del 5% dettate dal protocollo di Kyoto. A rigori, bisognerebbe ridurle, e da subito, del 100%, cosa che nessuno dice. Invece tutti sono d'accordo che bisognerebbe ridurle dell'80%: facciamo finta che vada bene così. Ora, siccome l'86% dei nostri consumi energetici viene dai combustibili fossili, stiamo parlando di quasi il 70% della nostra produzione energetica. Che fare?
Le parole magiche più gettonate sono carbon-tax, cap-and-trade, carbon-sequestration, e green-economy. L'inglese è affascinante almeno tanto quanto il latinorum, ma non si capisce come una tassa sulla CO2 possa modificare il suo spettro di assorbimento in infrarosso. Quanto al cap-and-trade, il cap metterebbe, sì, un tetto alle emissioni consentite ad ogni Paese; ma il trade obbligherebbe i Paesi viziosi a versare emolumenti in denaro a quelli virtuosi. Insomma, è come se, proponendoci una dieta, mangiassimo budini al cioccolato mentre paghiamo qualcuno che mangi cicoria per noi. Devo invece ancora scovare dove si è nascosta la mente malata che partorì l'idea della carbon-sequestration: se la trovo, dovrà pur spiegarmi come intenderebbe perseguire il faraonico progetto.
La green-economy, si propone di sostituire quel 70% di nostro fabbisogno energetico con tecnologie che non emettono carbonio. Se facciamo l'aritmetica - che vi risparmio - dovremmo avere nel mondo non i 440 reattori nucleari che abbiamo oggi, ma 5000, che costano 3 miliardi l'uno. O, per ogni reattore nucleare che non vogliamo, dovremmo impegnare 6 miliardi in 6000 turbine eoliche oppure 60 miliardi in pannelli fotovoltaici (FV). (In verità, è tecnicamente errato immaginare di poter optare per impianti eolici o FV invece che per impianti nucleari perché qualunque sia la potenza installata dei primi essa deve essere contata pari a zero perché zero è la loro potenza erogata quando il sole non brilla o il vento non soffia).
In definitiva: abbiamo un non-problema (la CO2) che alcuni potenti del mondo intenderebbero risolvere affrontando un problema (la sua riduzione) che non ha soluzioni. Vorremmo sommessamente far osservare a questi potenti del mondo che anche i problemi che non hanno soluzione vanno rubricati come non-problemi, e invitarli, se ci è concesso, ad affrontare problemi che possono essere risolti e che certo non mancano. Prendano a modello, magari, il Presidente del Consiglio italiano: senza pretendere di salvare l'intero pianeta (o, men che meno, i pinguini), egli, per esempio, ha salvato Napoli dai rifiuti e sta salvando L'Aquila ferita dal terremoto.

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