I carburanti alle stelle e il netto crollo delle raffinerie, con la crescente dipendenza dalle importazioni, mettono in allarme anche l’industria che chiede all’Europa di guardare ai biocarburanti come una delle misure per alleviare la crisi alla pompa: in un mese il gasolio è arrivato a costare 6,7 centesimi in più al litro e la benzina 5,5 centesimi (entrambi i prezzi medi viaggiano sopra a i 2 euro). In attesa che il governo metta a punto a ridosso della scadenza dello sconto delle accise (10 settembre) «misure di tipo selettivo con un decreto ad hoc», che secondo il sottosegretario del Mef Federico Freni «favoriranno le categorie che utilizzano il carburante come strumento di lavoro«, TEHA ed Eni hanno presentato a Cernobbio uno studio strategico sui biocarburanti.
Chiaro l’appello a Bruxelles: HVO e SAF possono essere una opportunità e non siano contrapposti all’elettrico solo in nome di una miope decarbonizzazione. Il rischio è che il Vecchio Continente riesca a ridurre le emissioni ma, contemporaneamente, perda pezzi della propria industria e aumenti la dipendenza dall’estero.
I numeri fotografano un’emergenza e una progressiva erosione della base industriale europea: dal 2010 hanno chiuso oltre 30 raffinerie, con una conseguente riduzione della capacità di risposta alla domanda interna, soprattutto per prodotti come diesel e jet fuel. Di conseguenza, la dipendenza dalle importazioni è aumentata. Che fare dunque? Lo studio propone una conversione degli impianti esistenti che consentirebbe di mantenere siti produttivi, infrastrutture, competenze e occupazione. È il modello seguito da Eni con Venezia e Gela. Due raffinerie tradizionali trasformate in bioraffinerie e che aiuteranno il gruppo ad arrivare al target Eni 2030: superare i 5 milioni di tonnellate annue di nuova raffinazione.
Non solo. L’HVO può essere già utilizzato, previa approvazione del costruttore, da oltre 170 milioni di veicoli diesel Euro 5-V ed Euro 6-VI già circolanti in Europa. Il SAF, invece, può aiutare il trasporto aereo in miscela con il jet convenzionale fino al 50%. Il vantaggio, dunque, è anche temporale: si può intervenire subito su una parte significativa del parco e delle infrastrutture esistenti, senza aspettare il completo rinnovo della flotta.
Resta il nodo delle materie prime. La strategia indicata dallo studio punta a costruire filiere diversificate utilizzando rifiuti e residui, oli esausti da cucina, grassi animali e residui dell’industria agroalimentare, ma anche colture intermedie e coltivazioni su terreni degradati.
L’obiettivo è evitare che la produzione di biocarburanti entri in competizione con quella alimentare. È una delle aree sulle quali Eni sta costruendo la propria strategia industriale. Il programma Agri-Feedstock ha coinvolto dal 2022 oltre 200mila agricoltori, cooperative e imprese agricole. I volumi iniziali di olio vegetale, pari a 2mila tonnellate nel 2022, hanno superato le 200mila tonnellate nel 2025. Eni punta soprattutto sull’Africa. Per l’Europa significa diversificare le fonti di approvvigionamento. Per i Paesi coinvolti, creare nuove opportunità economiche.
