Sparisce la tassa di Prodi: ecco chi ci guadagna

L'Irap va in pensione: è questo per adesso l'unico punto fermo della riforma fiscale che sarà approvata entro il 2021. Incertezza, invece, su tutti gli altri punti programmatici, ecco cosa vogliono i partiti

Sparisce la tassa di Prodi: ecco chi ci guadagna

Finalmente si può dire addio all'Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) dopo 25 anni di "onorata" carriera: la tassa che fu introdotta nel 1996 dal governo Prodi è al capolinea.

Abolizione totale o parziale?

Uno dei pochi punti fermi della riforma fiscale che dovrebbe essere pronta entro la fine dell'anno sarà proprio questo: la settimana prossima, le commissioni Finanze di Camera e Senato invieranno al governo un documento con l'ipotesi di riforma così come chiede l’Europa per il Pnrr e l’esecutivo di Draghi dovrà presentare una legge delega per avviare il percorso di modifica del sistema tributario italiano. Trambusto, invece, per tutto il resto per le distanze molto ampie tra i partiti. L'Irap, comunque, non verrebbe abolita del tutto per non incorrere in una perdita di gettito (oltre 20 miliardi di euro) e potrebbe confluire nell’Ires (aliquota attuale al 24%) per superare il meccanismo di un’imposta che colpisce anche le imprese in perdita e tassa i fattori della produzione. La tassa, attualmente, ha un’aliquota del 3,9% e la quasi totalità della sua base imponibile è costituita dal reddito: una sua confluenza nell’Ires comporterebbe un aggiustamento di questa imposta. Molto più complicato, all’interno della maggioranza, trovare un punto di accordo sull’Irpef ma c'è la necessità di abbassare le tasse sul ceto medio: concretamente significherebbe rivedere il terzo scaglione compreso fra i 28 e i 55mila euro, sul quale l’aliquota fa un balzo di ben 11 punti percentuali, dal 27% al 38%.

Cosa chiedono i partiti

Una maggioranza allargata crea evidenti problemi di accordo: come riporta IlMessaggero, la Lega propone una flat tax incrementale, l'applicazione cioè di un’imposta che sostiuisca quella sui redditi e le relative addizionali agli incrementi di reddito realizzati rispetto all’anno precedente; il M5s vuole ridurre da cinque a tre le aliquote, così come Forza Italia che punta ad individuare nella seconda aliquota una sorta di flat tax del ceto medio (qui un nostro pezzo). Si ipotizza l’adozione di un sistema a “reddito duale”, che limita cioè la progressività ai soli redditi da lavoro e sottopone tutti i redditi da capitale (dividendi, plusvalenze, interessi) ad una comune aliquota proporzionale, vicina a quella minima dell’Irpef. Anche in questo caso, nonostante siano più gli assensi, si fa sempre fatica a mettere d'accordo tutti: Leu vuole introdurre una funzione matematica in grado di indicare l’aliquota media da applicare al reddito imponibile rispetto al tradizionale sistema a scaglioni, il Pd punta a correggere il profilo delle aliquote effettive medie e marginali e ridurre il differenziale di aliquota tra il secondo e il terzo scaglione, cioè fino a 55mila euro. Così come Leu, i dem propongono di ricorrere ad una funzione matematica per accorpare a ciascun reddito una specifica aliquota media sulla linea del sistema tedesco.

Una delle poche proposte che mette d'accordo tutti riguarda gli incentivi fiscali al coniuge all’interno del nucleo familiare per favorire il lavoro delle donne. Durante le varie riunioni, però, è stato evidenziato che se gli incentivi sono inversamente proporzionali all’aumentare del secondo reddito si rischia di penalizzare le carriere femminili: insomma, un'altra bella gatta da pelare.

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