Seconda giornata di incontri con Il Giornale in piazza Mirabello a Milano, dove la redazione incontra la sua città. Il vicedirettore Lirio Abbate e Maria Sorbi hanno dialogato all’interno del panel “I confini della sicurezza” mentre il direttore Tommaso Cerno ha parlato di “Informazione e comunicazione”
Lirio Abbate e Maria Sorbi: “Quando racconti la percezione di insicurezza qualcuno dice che vuoi alterare il racconto”
Il vicedirettore Lirio Abbate ha iniziato il suo intervento parlando di Mariangela Melato, tra le più importanti attrici del nostro Paese. “Oggi in qualche modo i dati ci dicono che una criminalità diffusa è molto più presente a Milano che a Napoli, forse perché a Napoli hanno capito che quella criminalità, che fa paura al turismo e a chi arriva, può inficiare quell’economia turistica che poi si spaventa e va via. E cosa accade, che quella criminalità si fa Stato e diventa proprietaria di un pezzo di città, che controlla e gestisce”, ha spiegato Abbate. “Oggi cos’è quell’attrice che ci mostra un volto ma poi è diversa? È una città che mostra il lusso ma che poi si mostra diversa ai suoi cittadini. E quindi c’è l’informazione che la racconta”, ha proseguito. Sorbi ha ricordato anche la frase del sindaco di Milano, secondo il quale “l’insicurezza è una percezione delle persone”. Ma “quando la mancata percezione di sicurezza “la racconti su Il Giornale e porti la percezione della gente, ma soprattutto i fatti, c’è qualcuno che dice che vuoi creare una tensione ma è lo specchio della realtà, perché il lettore si deve rispecchiare in quello che racconti e che vedi e deve dare fiducia alla testata che te la sta raccontando. Fa male a chi vuole dare una vetrina diversa rispetto alla realtà, mostrando una vetrina in cui il retrobottega non è quello che mostra al pubblico. E chi passa per cattivo? Quello che ti mostra la realtà, che però viene premiata dal lettore”, ha proseguito ancora il vicedirettore. “È questa la situazione che deve dare forza a una testata come il Giornale, per raccontare il volto vero e reale”.
“Noi raccontiamo anche situazioni che sembrano ai confini della realtà, tanto che poi diventano contenuti di serie tv. Tu lo sai bene, hai curato la serie ‘Barrio Milano” di Sky e questa realtà si è verificata tre giorni fa fuori Milano, a maggio alla stazione Certosa…”, ha spiegato Maria Sorbi. Scorrendo i vari scontri tra bande di latinos che si stanno sviluppando a Milano, perché “c’è un’organizzazione dietro che fa paura, non è solo criminalità di strada, vorremmo guardarlo solo dal divano in tv”. Finché “i fatti di violenza avvenivano tra di loro e li raccontavamo sui giornali c’era una vulgata popolare per cui ‘si ammazzano tra di loro’. Il problema è che poi questi gruppi, usando il machete, piglia qualcuno che non è di loro ma può essere un controllore, e quindi finisce che il ferito è un cittadino. E lì subentra l’allarme”. In una città come questa, “che non è come Napoli e non ha un controllo del territorio, ma ha un’occupazione del territorio che è quella dell’economia legale”, ha spiegato ancora il vicedirettore. “Perché i dati, ci dicono che l’occupazione legale di Milano è in mano a chi ha il cash. E chi gestisce gli affari, movimentando un grande business? La criminalità organizzata, la ndrangheta, che gestisce una situazione di grande sviluppo economico e finanziario. Quando gestisci gli affari e lo fai in silenzio è come se non avessi una situazione emotiva ma il problema è che è la scelta comunicativa di queste organizzazioni la sicurezza: se non la fai vedere alla gente l’insicurezza, la gente dimentica la violenza, ma quando la fai in maniera sotterranea la violenza, quella slealtà la vede solo l’imprenditore o commerciante”.
Tommaso Cerno: “Bisogna fare un giornale che Montanelli riconoscerebbe”.
“Fermare le cose, in questo flusso enorme che sembra semplice, ha invece la forza di poterti dire con chiarezza che c’è un lavoro dietro le notizie, perché non è gratuito quello che sappiamo. A volte nasconde dei pericoli, anche nel mondo apparentemente trasparente di oggi, mantiene un lavoro nella costanza di verifica e di raccontare notizie che non piacciono e non fanno parte del mainstream”, ha esordito il direttore. “Noi litighiamo per cose che un tempo ci univano e non litighiamo per cose che ci dividevano. Raccontare con lo spirito di Montanelli, fuori dagli schemi in maniera estranea all’idea che esista un bene e un cattivo. Noi cerchiamo di ridare il nome originario alle parole che scriviamo sulla carta. Fermarle sulla carta prevede che ci sia un lavoro e un rispetto del lettore e delle cose, senza il quale anche l’informazione più veloce non ha la stessa portanza. Quando io leggo il nome di Montanelli dico che bisogna fare un giornale che se Montanelli tornasse riconoscerebbe, e quindi capire cosa guarderebbe: la non prevedibilità, l’idea che se tutti sembrano d’accordo c’è un aspetto che non è stato raccontato abbastanza. L’idea che il coraggio oggi sia qualcosa che lega a quello che un tempo era banale”. Siamo in un Paese “dove dire quello che uno pensa, cioè quello che dovrebbe essere la norma, è qualcosa di raro”. Questo, “ci invita a continuare a fare il Giornale in questo modo, a raccontarlo a pià persone possibili per come è nato e come sta diventando, con la grande attenzione che stiamo mettendo nella sua trasformazione digitale”.
A intervistare il direttore è stato Gianfredi, content creator, che ha iniziato il panel con la polemica sui “gusti sessuali invertiti” che ha coinvolto il direttore. Dentro “quella parola un po’ bulla ci fosse un problema molto serio sull’inversione che c’è in questo Paese. Abbiamo una sinistra oggi che protesta perché la legge elettorale restituisce agli italiani la possibilità di decidere chi va in parlamento. Abbiamo un generale che vota con la sinistra, che vuole togliere agli italiani questo diritto: vedo molti più invertiti nelle cose che dicono rispetto a quelli invertiti nelle cose che fanno”. In Italia, “si può dire tutto ma non che manchi la libertà di dire scemenze”, ha detto ancora il direttore. “Mi spiace che la sinistra non voglia la prima donna a capo di un partito candidata contro Giorgia Meloni”, ha detto rispondendo a una domanda su Elly Schlein: “La sinistra non vuole una donna leader. La destra che non l’aveva mai posta come questione, si trova a capo del governo e del principale partito di governo”. Invece “la sinistra teme che se agli italiani chiede di votare per una donna, voti per un uomo. Io credo che le donne di destra avranno una marea di voti: ci sono, nella destra italiana, donne forti che non hanno bisogno delle quote rosa. Le donne non hanno più bisogno delle quote rosa, sono i maschi ad aver bisogno delle quote azzurre e hanno paura loro che questa legge dia la parola agli italiani che manderanno di nuovo le donne al governo”. Abbiamo “due Salis nella politica italiana, tutte e due tiravano il martello, una la tirava per la strada e le sue colleghe, a partire da Maya T. sono state condannate per essere persone che girano di notte, armate come i maranza, perché qualcuno che non la pensa come loro può essere picchiato. L’abbiamo liberata, si è messa in un albergo e ha fatto la campagna elettorale con Avs e oggi è al parlamento a chiedere di delinquere agli italiani, vuole che una serie di reati che piacciono ai suoi amici siano considerati buoni”.
Lei “accusa noi di essere un giornale fascista, razzista, antico e tradizionalista, ma se ascoltava noi, che tempo fa dicevamo che bisogna sposarsi per essere una famiglia, nessuno la contestava: è la sinistra che ha detto che se hai un compagno, anche non dichiarato, vale uguale, che le ha vietato di dare 20mila euro al mese al suo fidanzato”. La seconda “che si chiama Silvia, invece tirava il martello secondo i regolamenti olimpici”. Ma “farà molta più carriera politica quella di radicale politica, che sta cercando di fare fuori due arnesi della politica italiana (Bonelli e Fratoianni)”. Quindi, “c’è bisogno di un leader della sinistra radicale: sharia, Corano, donne succubi, burqa e velo e vedrete che Ilaria Salis farà lunga, lunga strada”.
