"Esploro il mondo che si perde fra Oriente e Occidente"

Con «Bussola» lo scrittore francese porta il lettore in un viaggio (coltissimo) fra Europa, Iran, Siria e Turchia

"Esploro il mondo che si perde fra Oriente e Occidente"

«Io sono uno scrittore di profondità», ci ha detto un paio di anni fa Mathias Énard. Usciva allora il suo romanzo su Michelangelo, Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli) e lui era già considerato il mago degli sperimentalismi persino dai francesi per via del suo Zona (Rizzoli), 500 pagine sulla guerra dei Balcani narrate in una sola frase. E se Zona era stato finalista al Goncourt, nel 2011, il premio più prestigioso d'Oltralpe, cinque anni dopo vincerlo è toccato proprio all'ultimo romanzo di Énard, Bussola (e/o, trad. di Yasmina Mélaouah, pagg. 448, euro 19).

Non stentiamo a capire perché. Bussola, quasi mezzo milione di copie vendute solo in Francia, è il distillato di tutto quello che nei romanzi precedenti Énard aveva appunto sperimentato: la profondità. Una forma purissima e complessa insieme; una verticalità di ricerca e documentazione storica impressionante e piacevolissima, che non sfiora mai barocchismi o nozionismi, in cui compare un olimpo di artisti, tutti interpretati e indicati in opere da esplorare, da Mahler a Kafka a Sadeq Hedayat; una narrazione cosmopolita e familiare allo stesso tempo, ottenuta dall'amalgama di dettaglio e ampiezza di visione. E uno dei temi a Énard più cari: la relazione mai risolta, intrigante, ovviamente conflittuale, fra Oriente e Occidente. Il tutto guidato da una storia d'amore: quella tra due accademici per nulla noiosi, anzi (non a caso nel romanzo Énard cita il David Lodge di Il professore va al congresso come punto di riferimento) orientalisti, Franz e Sarah. Sempre in viaggio tra Europa, Iran, Siria, Turchia. Sempre in fuga o inseguimento uno dell'altro. Sempre «alla ricerca», come se amore e cultura fossero due malefici altrettanto potenti.

Un romanzo-fiume, è stato definito Bussola. Potente e intenso, ma insomma, davvero complesso. A chi è destinato?

«Quando scrivo non penso a un lettore in particolare. Non ci penso per niente, anzi, al lettore. L'idea, qui, era dare molto, cioè costruire un libro molto generoso, dove ci fossero molte possibilità di lettura. Si può seguire la storia d'amore, senza fare troppa attenzione ai riferimenti storici, alle citazioni letterarie. Oppure, se uno ha voglia di saperne di più, si può andare su internet, praticamente ad ogni pagina, e cercare, approfondire una vita, un'opera, ascoltare una musica. Tutti i livelli di lettura sono validi e scrivendo mi dicevo che il filo della storia da seguire deve essere molto forte nei luoghi e nei tempi per proporre un libro del genere».

Come una partitura.

«Esattamente. Ci si può far portare dalla musica e basta o interessarsi ai dettagli di ciascuno strumento. Fermarsi e concentrarsi sul clarinettista, ad esempio».

I temi sono attualissimi: già dopo poche pagine c'è un primo brano straziante sull'Oriente, sul possibile ritorno ad Aleppo o in Siria dopo la devastazione della violenza. Quando ha scritto tutto questo?

«Ho cominciato più o meno all'inizio della primavera araba, nel 2010, e ci ho messo cinque anni per terminare. Quindi ho seguito l'inizio della rivoluzione e poi la guerra civile in Siria. La mia idea con Bussola era quella di vedere al di là delle fiamme. Un progetto narrativo che permettesse di superare la violenza quotidiana trasmessa dall'informazione su Medio Oriente e islam. Per vedere altri tipi di relazione, di più lunga durata. E restituire un po' di speranza».

Questo tipo di speranza può venire solo dalla conoscenza culturale.

«Viene quando ci si rende conto a che punto siamo legati. L'impressione che abbiamo di frontiere e barriere esclude centinaia di anni di relazione reale e profonda».

Ma quel che sta accadendo accade davvero.

«Sarebbe idiota negare la violenza. Ma la scrittura e la storia stessa dell'Europa, il cinema, gli oggetti culturali in genere, consentono di guardare in quello che siamo le tracce degli altri. Anche queste sono sensibili, reali, quotidiane, come la violenza. Ma nessuno le vede».

Si torna all'impegno, allora.

«La scrittura oggi è di nuovo un gesto politico in senso largo, non solo artistico. Bisogna avere un posizione, nella creazione, che dice: attenzione, se dimentichiamo andremo verso la violenza sempre di più. Il che è stupido. La scrittura è perciò un gesto di buon senso, che indica come affrancarsi dalla barriere».

Lei è molto dolce nel descrivere l'irruente Sarah, la sua protagonista femminile. Questa pazienza porta a pensare che si identifichi con lei.

«Sì, io sono Sarah, come direbbe Flaubert. E non solo: ci sono molte Sarah in me, che io ammiro perché non sono così e dunque mi intenerisco per loro. Forse perché per me la scrittura è una forma di inchiesta, di ricerca di una verità ultima, che avviciniamo sempre e che ci rifiuta sempre. E in questo senso è vero che la traiettoria di uno scrittore è simile alla ricerca mistica».

Il romanzo inizia con la storia di Sadeq Hedayat, l'intellettuale iraniano autore de La civetta cieca. È un simbolo?

«Sì. Rappresenta le persone che alla fine non sono riuscite a trovare uno spazio per la loro creazione e vita né dalla parte cui appartengono né dalla parte antagonista. Hedayat è stato sfortunato in Iran e si è illuso a Parigi. Ha trovato dolore e malinconia sia in Oriente che in Occidente. Il che nel suo caso ha portato al suicidio. E Bussola mostra una galleria di personaggi estremisti e delusi, che come lui si sono persi nel viaggio della verità da Est a Ovest e in quello verso guarigione interiore o pace da Est a Est».

Ha inserito anche un'interessante stroncatura di un colosso della cultura del Novecento, Danubio di Claudio Magris.

«È uno dei miei libri preferiti, è geniale. Ma quello che interessa Magris è la germanicità. Mentre esiste un altro Danubio al di là di Budapest, ottomano, turco, romeno, che sembra sia per lui non interessante. Non è il suo dominio, evidentemente. Magris è un magnifico intellettuale, ma Danubio dimostra che restano sempre libri da scrivere, fortunatamente».

Come costruisce la mappa culturale dei suoi romanzi?

«Parto dalla ricerca scientifica perché io sono prima di tutto uno specialista di letteratura comparata. Sono un ricercatore, quindi vado per biblioteche e internet, creo schede. Poi faccio una specie di enorme piano del romanzo. A quel punto, comincia il difficile: trovare le transizioni. Come passare da una formazione all'altra nella narrazione e con un discorso fluido. È questo il vero lavoro della scrittura».

Creare legami tra le cose?

«I legami esistono già, oltre le cose. Si tratta solo di trovarli».

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