E’ finito dietro le sbarre un importante parlamentare iraniano della linea dura, noto oppositore dell’accordo diplomatico con gli Stati Uniti, il suo nome è Hamid Rasaei, un religioso che ha più volte attaccato duramente il team negoziale, membro del partito politico ultraconservatore Paydari. E’ stato trasferito nel carcere di Evin a Teheran il 27 settembre e condannato a 10 mesi per aver diffuso, due anni fa, informazioni false allo scopo di screditare il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, che è anche il capo negoziatore dell’Iran nei colloqui con gli Stati Uniti. Il procedimento giudiziario contro Rasaei risale al 2024, quando pubblicò un articolo in prima pagina su un quotidiano conservatore da lui diretto. Accusò Ghalibaf di “manipolare i documenti ufficiali del Parlamento” e lo definì un dittatore. Ghalibaf sporse denuncia contro di lui. Nel giugno di quest’anno, il tribunale ha emesso la sentenza definitiva e lo ha successivamente convocato per scontare la pena.
Il caso è diventato qualcosa di più di una semplice disputa legale tra due politici di spicco. Rasaei è stato tra i più accesi oppositori dell’apertura diplomatica verso Washington, mentre Ghalibaf è associato a una fazione dell’establishment politico iraniano più propensa al negoziato. Il suo trasferimento nel reparto del carcere di Evin riservato ai religiosi è stato descritto come il primo caso di incarcerazione di un deputato iraniano in carica durante il suo mandato parlamentare. La magistratura ha sottolineato che i fatti alla base delle accuse risalgono a un periodo precedente la sua elezione in Parlamento. Ma la disputa riflette divisioni più ampie sulla diplomazia statunitense. L’incarcerazione avviene quando il disaccordo all’interno della leadership iraniana riguardo alle relazioni con Washington e alla direzione dei negoziati diplomatici è all’apice.
Il caso è diventato ora il più alto punto nelle divisioni che lacerano la Repubblica islamica riguardo alla guerra con gli Stati Uniti. I funzionari sono divisi tra chi vorrebbe cedere e raggiungere un accordo e chi invece intende proseguire il conflitto. Ghalibaf rappresenta l’ala pragmatica favorevole ai negoziati, mentre Rasaei è il volto dell’opposizione a qualsiasi intesa. Rasaei ha più volte accusato il governo del presidente Masoud Pezeshkian di attuare un “colpo di stato”. In un’intervista televisiva, aveva affermato che il team negoziale stava andando contro il volere della nuova Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, costringendolo ad accettare le condizioni di Washington per porre fine al conflitto.
“Incriminando uno dei più accesi critici dell’apertura agli Stati Uniti, il sistema vuole inviare un messaggio interno agli altri oppositori: non tollererà il dissenso qualora si dovesse raggiungere un accordo”, ha spiegato sul New York Times Sina Azodi, direttore del programma di studi sul Medio Oriente alla George Washington University. Proprio alcuni sostenitori della linea dura avevano aggredito fisicamente Pezeshkian e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, durante i funerali dell’Ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema uccisa nel mese di febbraio, all’inizio della guerra, in un raid americano.
Intento la tensione in Iran sale. La sentenza ha scatenato una reazione veemente da parte degli alleati politici di Rasaei. Parlamentari e attivisti suoi sostenitori hanno criticato Ghalibaf e la magistratura iraniana, e hanno organizzato manifestazioni pubbliche per chiedere la scarcerazione di Rasaei. Alcuni politici conservatori hanno accusato Ghalibaf di voler mettere a tacere le voci critiche, perseguendo al contempo il dialogo con Washington. “Ghalibaf, rilascia Rasaei”, ha gridato una folla numerosa durante un raduno svoltosi la scorsa settimana nella città di Borujerd. In altre manifestazioni a Teheran, la gente riunita ha anche chiesto l’incriminazione di Ghalibaf per aver “orchestrato un colpo di Stato” e ha scandito slogan contro la magistratura.
