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Europa

La lunga marcia da Ecr a Bruxelles. Così ha conquistato un ruolo nell’Ue

Nel 2019 entra nei Conservatori, nel 2022 la visita a Von Der Leyen dopo il giuramento: “Non siamo marziani”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante lÕevento per festeggiare il governo pi longevo della Repubblica, Bari, Venerd“ 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Italian PM Giorgia Meloni celebrates the longest-serving government of the Italian Republic, Bari, Friday, September 4, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Bruxelles, 3 novembre 2022. Sono passati esattamente dodici giorni da quando Giorgia Meloni si è insediata a Palazzo Chigi e la neo-premier ha appena concluso la sua visita ai vertici dell’Unione europea. Un primo contatto formale per cercare di superare i pregiudizi ideologici di un’Europa alle prese con il primo governo italiano guidato da una leader con alle spalle una storia ancorata nella destra post-fascista del Msi. Meloni ha tre diversi incontri bilaterali con Ursula von der Leyen, Charles Michel e Roberta Metzola, rispettivamente presidenti di Commissione, Consiglio e Parlamento Ue. Poi parla a favore di telecamere: «Non siamo marziani, ma persone in carne e ossa. E vedersi da vicino aiuta».

È un passaggio chiave, la scelta di un metodo e allo stesso tempo una presa d’atto politica: si può continuare a contestare Bruxelles sui contenuti, non si può governare contro Bruxelles. E Meloni lo dice chiaramente, con parole che a distanza di tempo acquistano un significato quasi programmatico: l’Italia avrebbe partecipato, collaborato e difeso i propri interessi «dentro la dimensione Ue».

È così che inizia una delle trasformazioni più importanti del melonismo, che distingue la battaglia ideologica e senza quartiere alle istituzioni europee (che fino a pochi mesi prima erano uno dei principali bersagli della propaganda di Fdi) e le necessità pragmatiche dell’esecutivo. Fratelli d’Italia resta ovviamente critica verso l’Ue e su diversi fronti, ma Meloni decide di trasformare quella critica in capacità negoziale.

Una delle figure decisive di questo cambio di paradigma è Raffaele Fitto, scuola democristiana e interfaccia rassicurante della destra italiana in Europa. È lui che nel 2019 traghetta Fdi nei Conservatori riformisti, gruppo sì euroscettico ma che si tiene a debita distanza da formazioni radicalmente anti-Ue e anti-sistema come Afd, Rn di Marine Le Pen o il Fidesz di Viktor Orbán. E di Ecr Party Meloni diventa presidente nel 2020 (lascerà il 13 gennaio 2025), un incarico che le permette di aprire un canale stabile con le altre destre europee e con la politica di Bruxelles. Tutti passaggi non scontati, tanto che in alcune occasioni la traiettoria da seguire in Europa è oggetto di discussioni accese all’interno dei vertici di Fdi. L’ultima volta dopo le Europee del 2024, quando la decisione di non far aderire a Ecr il partito dell’allora premier ungherese Orbán risulta piuttosto sofferta.

Il resto è cronaca. Perché è un dato di fatto che Meloni sia riuscita in questi quasi quattro anni a far valere le sue posizioni con Commissione e Consiglio Ue su molti dossier. Da quello sulle politiche migratorie («modello Albania» e lista dei Paesi sicuri e patti con i Paesi del nord Africa) al pragmatismo sul Green deal, passando per la revisione del Pnrr e i fondi di Coesione. Tutti fronti su cui al Parlamento Ue il gruppo dei Conservatori (oggi il presidente ad interim di Ecr Party è Carlo Fidanza) ha più volte fatto asse con il Ppe e gli altri gruppi di destra in quella che è stata ribattezzata «maggioranza Venezuela».

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