Antonio Di Pietro non usa giri di parole. E sul caso Ilaria Salis mette sul tavolo una questione precisa: si può rivendicare una battaglia politica, denunciare una persecuzione e utilizzare il Parlamento europeo come tribuna, ma poi bisogna essere disposti ad affrontare il processo. Senza trasformare l’immunità parlamentare in uno scudo.
Il tema è tornato al centro del dibattito a Quarta Repubblica. Salis, oggi eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, è imputata in Ungheria per i fatti avvenuti a Budapest nel febbraio 2023, nei giorni del cosiddetto “Giorno dell’Onore”. Secondo la richiesta trasmessa dalla magistratura ungherese, è accusata di tre episodi di tentate lesioni potenzialmente letali nell’ambito di un’organizzazione criminale.
La Salis ha invece sempre sostenuto la tesi della persecuzione politica. Una linea che ha portato anche davanti al Parlamento europeo: “Difendere la mia immunità non significa sottrarmi alla giustizia, ma proteggermi dalla persecuzione politica del regime di Orbán”.
Ed è esattamente su questo passaggio che Di Pietro ha affondato il colpo. “Certi comportamenti io non li difendo, perché l’ho applicato a me stesso. Ti sei fatta eleggere, va bene, sono scelte che giudicherà il popolo italiano, però nel momento in cui non rinunci all’immunità parlamentare vuol dire che l’hai fatto per quello”, la sua anlisi.
Per l’ex magistrato di Mani Pulite, insomma, il nodo non è l’ingresso della Salis in politica né la possibilità di portare avanti dal Parlamento europeo le proprie convinzioni. Il problema nasce quando il mandato parlamentare finisce per incidere sul procedimento giudiziario aperto prima dell’elezione. “Chi gioca una battaglia di libertà, di difesa del fascio sociale, tutto quello che vuole, la deve portare fino in fondo”, ha proseguito Di Pietro: “Puoi andare sì in Parlamento per far sentire meglio la tua voce, d’accordo, però non lo utilizzare come schermo per l’immunità, fatti giudicare”.
Una posizione opposta a quella assunta dal Parlamento europeo, che ha deciso di non revocare l’immunità di Salis ritenendo che nel caso potesse essere ravvisato un “fumus persecutionis”. Nella relazione approvata dall’Eurocamera è stato posto l’accento sulle dure condizioni di detenzione denunciate dall’eurodeputata e sui dubbi sulla natura del procedimento ungherese. Di Pietro, però, ha spostato il ragionamento su un altro piano: quello della responsabilità davanti alla giustizia. “Ungheria o Italia, stiamo tutti all’interno dell’Unione Europea. Ogni Paese ha una giustizia che funziona o funziona poco, ma sempre dal giudice devi andare a farti giudicare”.
Ed è questa la sua contestazione alla linea Salis: la battaglia politica può continuare, anche durissima, ma non dovrebbe sostituirsi a quella giudiziaria. Se si ritiene di essere innocenti e vittime di un processo politico, sostiene in sostanza Di Pietro, è proprio davanti a un giudice che quella tesi deve essere portata fino in fondo.
