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Europa

Italia risanata, regole Ue fuori dal tempo

Il nostro Paese meglio anche di Francia e Belgio. C’è aria di sgambetto, la Ragioneria: “In pensione a 67 anni e sei mesi”

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L’Italia che non esce dalla procedura d’infrazione è l’immagine plastica dei problemi dell’Europa. Nell’Unione di oggi può capitare che un Paese il quale ha fatto della disciplina sui conti pubblici uno dei suoi capisaldi, debba fare una manovra con meno risorse: il che significa meno investimenti, meno crescita e capacità di rispondere ai bisogni dei cittadini. Aver stretto la cinghia e fatto i compiti a casa non porterà vantaggi di bilancio rispetto ad altri Paesi, come la Francia, che hanno spremuto in lungo e in largo la flessibilità e quest’anno chiuderanno il bilancio con un deficit al 5,1%. Il governo Meloni, insediatosi alla fine del 2022, ha ereditato un deficit all’8,1% che poi, nel giro di tre anni, ha compresso fino al 3,1% certificato ieri dall’Istat, un risultato sottolineato dalle varie promozioni delle agenzie di rating. Non uscirà comunque dalla procedura perché le regole europee seppur quelle più flessibili che l’Italia ha contribuito a cambiare non lo permettono. Non che la disciplina e le regole non servano, specie per un Paese ad alto debito (al 136,7% del Pil) come il nostro. Ma forse è il caso di interrogarsi se queste regole siano adeguate per rispondere a un mondo di crisi a catena: dalla pandemia, ai dazi fino alle guerre. Si dovrà quindi investire sulla transizione energetica e sulla Difesa dovendo restare in paletti comunque rigidi. Un concetto datato che risale a un mondo più prevedibile, senza grandi guerre e con un percorso dell’inflazione assai più prevedibile. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, parlando di crisi energetica ha paragonato gli Stati ad ospedali da campo e le aziende a dei feriti impossibili da «curare con l’aspirina». Un ragionamento che in parte ha fatto breccia nei palazzi di Bruxelles: Roma è riuscita a ottenere una clausola di salvaguardia sul deficit anche per gli investimenti sull’energia.

La mancata uscita dalla procedura, per appena un decimale, significherà che i 14 miliardi di investimenti per l’energia (e quelli spesi per la Difesa) saranno conteggiati ai fini dell’uscita dalla procedura d’infrazione. Il che significa che l’Italia potrà fare meno deficit e non potrà ottenere margini aggiuntivi nemmeno per il debito buono. E quindi non c’è da sorprendersi se la terza economia dell’Eurozona si troverà a fare i conti con una minore crescita economica in un periodo di emergenza. L’Italia, che pure quelle regole le vuole rispettare, finirà nello stesso calderone con gli altri nove Paesi in procedura d’infrazione che pure hanno fatto peggio. Della Francia si è già detto, che certo ha una situazione debitoria importante e un deficit più alto. E poi, giusto per citarne alcuni, la Romania ha un passivo del 7,9%, la Polonia al 7,3%, Belgio al 5,2%, perfino la solitamente morigerata Austria ha portato l’asticella al 4,2%. La sensazione è, quindi, che i paletti alla fine favoriscano chi rientra dopo nei ranghi.

E ieri è arrivato anche lo sgarbo della Ragioneria generale dello Stato che, nel giorno del verdetto negativo dell’Istat, divulga una simulazione con l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni e 6 mesi nel 2029. Un dato politicamente delicato che lascia sospetti per il tempismo, dopo le tensioni interne maturate dopo la recente riorganizzazione dei vertici.

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